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La teoria di Crockett: Un pianeta nascosto potrebbe trovarsi oltre Plutone! -Space.

L’astronomo Christopher Crockett, ha dichiarato: “al dilà di Nettuno e di Plutone, fuori dal sistema solare, esiste una sorta di oceano profondo oscuro,  in gran parte inesplorato.  Per un osservatore terrestre abituato a vedere, scandagliare oggetti come Plutone, qualsiasi cosa che si trovi oltre il sistema solare, potrebbe essere 4.000 volte più debole di come l’occhio umano è abituato a vedere. “

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Christopher Crockett , scive per la rivista Science News ed è un cacciatore di esopianeti e sa bene cosa significa scandagliare e dare la caccia al famoso Pianeta X. Lui stesso ha portato i lettori, ad addentrarsi nel mistero dello  ” Shadow Planet” o “Pianeta Ombra”.
Lo stesso Crockett, dopo aver appreso la notizia dei suoi colleghi della NASA-JPL, che avevano annunciato di non avere alcune possibilità e quindi prove, che ci fosse la presenza di un pianeta fantasma oltre l’orbita di Plutone, si è detto favorevole ad una più ampia ricerca di un eventuale oggetto (o pianeta) fantasma, che potrebbe trovarsi verso la parte esterna del nostro Sistema Solare. Anche un team di astrofisici spagnoli sostiene che in realtà, ci possono essere due o tre esopianeti inesplorati, chissà, forse nascosti negli angoli più remoti del nostro sistema solare.
Dopo la scoperta nel mese di Marzo 2014 del piccolo pianeta 2012 VP113, sono stati scoperti altri insoliti oggetti rocciosi che si trovavano oltre l’orbita di Plutone. Questi piccoli oggetti hanno orbite allineate interessanti, suggerendo che un pianeta ancora più lontano, sia invisibile ai telescopi moderni ma non ad HUBBLE. Questo Esoplanet starebbe tuttora influenzando il comportamento orbitale di questi oggetti rocciosi. Gli scienziati hanno calcolato che il pianeta sarebbe circa 10 volte la massa della Terra e in orbita a circa 250 volte la distanza dalla Terra dal sole.
Carlos e Raul de la Fuente Marcos, della Universidad Complutense de Madrid (Spagna), hanno fatto nuove osservazioni. Oltre a confermare il bizzarro allineamento orbitale, i due astronomi hanno trovato altri modelli intriganti. Piccoli gruppi di oggetti hanno orbite molto simili e, in quanto non sono abbastanza grandi da influenzarsi, i ricercatori ritengono che gli oggetti sono stati “guidati” da un oggetto più grande, in un modello noto come risonanza orbitale.

ExoPlanets
Ad esempio, sappiamo che Nettuno e Plutone sono in risonanza orbitale – per ogni due orbite che Plutone fa intorno al Sole – Nettuno ne fa tre. Allo stesso modo, un gruppo di questi piccoli oggetti sembrano essere in linea con un pianeta molto più lontano e invisibile. Questo pianeta “X” avrebbe una massa compresa fra quella di Marte e di Saturno e sarebbe circa 200 volte la distanza dalla Terra dal Sole. Infatti come asserisce l’astronomo Crockett, se esiste qualcosa aldilà di Plutone, per effetto di risonanza orbitale,  potrebbe (in teoria) non escludere la presenza di uno  “Shadow Planet” o “Pianeta Ombra”, chissà, accompagnato anche da una piccola stella.

Anche l’astrofisico Scott Sheppard che lavora presso la Carnegie Institution for Science di Washington, uno degli scopritori del pianeta nano 2012 VP113, dichiara che: “Difficile affermare che ci sia qualcosa di definitivo sul numero o la posizione di eventuali pianeti lontani. Tuttavia, nel prossimo futuro, dovremmo avere più strumenti per lavorare e determinare la struttura del sistema solare esterno”.

Quindi come dichiarato dall’astronomo Christopher Crockett, aldilà di Nettuno e di Plutone, fuori dal sistema solare, esiste una sorta di oceano profondo oscuro, in gran parte inesplorato, che solo con potenti telescopi spaziali,  sara possibile trovare ciò che cerchiamo da anni.

Fonti reperite in rete.

La vita su Marte. -Space.

Marte

Un gruppo di ricercatori americani del Johnson Space Center (JSC) e della Stanford University ha trovato gli indizi della possibile esistenza di forme di vita primitive, vissute più di 3,6 miliardi di anni fa sul pianeta Marte, all’interno del frammento di una roccia caduta sulla Terra come meteorite, e trovata nel 1984 in Antartide. Questo frammento, denominato ALH84001, é uno dei 12 meteoriti la cui composizione è simile a quella rilevata dalla sonda Viking sul suolo marziano nel marzo 1976. La ricerca, finanziata dalla NASA, ha portato al ritrovamento di molecole organiche complesse, probabilmente di origine marziana; di minerali prodotti da attività biologica e forse di microscopici fossili di organismi primitivi simili a batteri. ALH84001 è il più antico dei 12 meteoriti marziani, con un’età tre volte superiore agli altri: circa 16 milioni di anni fa un enorme cometa o un asteroide colpirono Marte, lanciando in aria il frammento di roccia con forza sufficiente a farlo sfuggire all’attrazione gravitazionale del pianeta. Dopo aver vagato nello spazio per milioni di anni, 13.000 anni fa incontrò l’atmosfera terrestre, cadendo nell’Antartide come meteorite. La scoperta dei ricercatori della S.U. è importante, tra l’altro, per la scoperta di presenza di molecole organiche, composti carboniosi che sono la base della vita; e diversi minerali, poco comuni, che sappiamo prodotti anche sulla Terra da organismi microscopici primitivi. Inoltre, il ritrovamento di strutture simili a microscopici fossili avvalorano queste ipotesi, e questa è una delle prove più evidenti. I ricercatori della SU non hanno faticato a trovare quantità rilevabili di molecole organiche denominate idrocarburi policiclici aromatici (PAH), concentrate vicino ai carbonati. Questi composti minerali sono associati generalmente alla presenza di micro-organismi e di possibili strutture fossili.

Ma è davvero possibile che si sia sviluppata o si possa sviluppare, la vita su Marte? Gli scienziati ritengono che un elemento sufficiente sia la presenza di acqua; e seguendo questo ragionamento si sviluppano gli studi successivi…

Nel 2001 la NASA lancia l’ennesimo progetto, chiamato Mars Odissey 2001: esso è composto da un Orbiter (stazione orbitante) che per la prima volta ha il compito, oltre che di raccogliere dati per studiare clima e geologia, di rinvenire qualunque traccia di acqua, mediante un antenna in grado di scandagliare il sottosuolo. E Odissey, di indizi sulla possibile presenza di acqua ne trova diversi, registrando con il suo spettrometro di bordo la presenza di idrogeno: in più esso rivela che l’estensione delle zone ricche di idrogeno aumenta man mano che ci si allontana dall’equatore, verso il Polo Sud marziano.

Nel 2003 L’ESA (Agenzia Spaziale Europea) dopo 3 anni e mezzo di preparazione lancia la sua missione, e lo scopo di verificare la presenza di acqua è ancora più esplicito: la sonda orbitante europea è infatti dotata di un’antenna di 40 metri in grado di identificare la composizione del sottosuolo fino a 2 km sotto terra, mentre la americana Odissey poteva arrivare ad un solo metro di profondità. Ed è proprio la sonda europea Mars Express che conferma quella che un anno e mezzo prima appariva solo come un’ipotesi. E’ il 23 Gennaio 2004: “Abbiamo identificato dell’acqua sotto forma di ghiaccio al Polo Sud di Marte”.

In questa “gara di velocità” tra équipe statunitense ed europea va anche registrata la perdita, al momento dell’atterraggio, del robotino europeo destinato allo studio “da terra” del suolo marziano: si chiamava Beagle 2, ed era l’equivalente dei Rover Spirit e Opportunity lanciati dagli americani, che proprio in questi giorni stanno rivoluzionando la galleria di foto marziane di cui potremo disporre.

In questi ultimi anni abbiamo quindi assistito ad un’accelerazione vertiginosa dell’interesse verso Marte, quasi ad un “ritorno di fiamma”, dopo un distacco durato anni e dovuto ad alcune esperienze negative. Nonostante le speculazioni non manchino nemmeno nella scienza, e consci che molto dell’entusiasmo é profumatamente promosso da Mr. Bush in persona, ci piace limitarci a pensare che stiamo toccando con mano i passi da gigante che la tecnologia ha fatto e sta facendo, e che vediamo addirittura migliorarsi e perfezionarsi in intervalli temporali brevissimi.

Sembra naturale, a questo punto, domandarsi “quale sarà la prossima frontiera dell’esplorazione? Cosa succederà dopo aver verificato la presenza dell’acqua, dopo aver misurato temperatura e climi, dopo che disporremo di dati precisi sulla geologia… si parla di tante cose, e si finisce per perdere di vista quello che l’uomo, da secoli, sta davvero cercando: quel fatidico 2012, che prevedeva il primo sbarco umano sul pianeta rosso, sembrava terribilmente vicino ma ora…i tempi si allungano…

Fonti: Alberto Musatti

La CPU della prima PlayStation guida oggi una sonda verso Plutone. -Space.


Gli ingegneri della NASA non hanno bisogno di elevate capacità di elaborazione, ma di affidabilità. È per questo che preferiscono utilizzare processori lungamente testati e approvati, come nel caso della CPU della prima PlayStation, conosciuta con il nome in codice di MIPS R3000.

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Questa CPU si trova all’interno di New Horizons, la sonda della NASA che sta viaggiando versoPlutone, che è partita nel 2006 e il suo arrivo è previsto durante il mese di luglio di quest’anno. La CPU della PlayStation 1 è alla base del funzionamento di tutti i sistemi di New Horizons, ovvero tra le altre cose della gestione dell’alimentazione dei propulsori, dei sensori per il monitoraggio e della trasmissione dei dati verso la Terra.

Non è dunque la prima volta che la NASA utilizza processori ampiamente collaudati e continuerà a farlo. Ad esempio, utilizzerà un processore IBM realizzato nel 2002 nel veicolo spaziale di prossima generazione Orion, quello che, secondo i piani della NASA, porterà astronauti in carne ed ossa su Marte.

La CPU di New Horizons è però leggermente differente rispetto a quella della PlayStation perché è stata ottimizzata per resistere all’alta radioattività che si riscontra nello spazio. Ma, al di là di questo aspetto, si tratta della medesima CPU della prima PlayStation.

New Horizons si muove attualmente a una velocità di 36 mila miglia all’ora circa e il suo arrivo è previsto per il prossimo 14 luglio. È destinata ad esplorare Plutone e le sue lune, per poi spostarsi nella Fascia di Kuiper, la massiccia cintura di asteroidi che si trova ai confini del nostro Sistema Solare.


Fonti reperite in rete.

Le spettacolari fotografie inedite dalla sonda Rosetta. -Space.


L’ESA ha deciso di pubblicare per intero tutte le immagini scattate dalla camera di navigazione della sonda Rosetta, di seguito dieci spettacolari immagini mai viste prima della superficie della 67P/Churyumov-Gerasimenko, da circa 10 km di altitudine.
I paesaggi di questo mondo sono tra i più unici e suggestivi mai fotografati nel Sistema Solare, e mostrano quanto esso possa ancora essere sorprendente, e quanto le comete siano diverse tra loro. Come i pianeti, ogni nuova cometa o asteroide che andiamo a scoprire, ha una nuova storia da raccontarci.


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Superficie della Cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko fotografata dalla camera di navigazione della sonda Rosetta da circa 10 km di altitudine. Credit: ESA

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Superficie della Cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko fotografata dalla camera di navigazione della sonda Rosetta da circa 10 km di altitudine. Credit: ESA

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Superficie della Cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko fotografata dalla camera di navigazione della sonda Rosetta da circa 10 km di altitudine. Credit: ESA

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Superficie della Cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko fotografata dalla camera di navigazione della sonda Rosetta da circa 10 km di altitudine. Credit: ESA

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Superficie della Cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko fotografata dalla camera di navigazione della sonda Rosetta da circa 10 km di altitudine. Credit: ESA

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Superficie della Cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko fotografata dalla camera di navigazione della sonda Rosetta da circa 10 km di altitudine. Credit: ESA

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Superficie della Cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko fotografata dalla camera di navigazione della sonda Rosetta da circa 10 km di altitudine. Credit: ESA

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Superficie della Cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko fotografata dalla camera di navigazione della sonda Rosetta da circa 10 km di altitudine. Credit: ESA

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Superficie della Cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko fotografata dalla camera di navigazione della sonda Rosetta da circa 10 km di altitudine. Credit: ESA

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Superficie della Cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko fotografata dalla camera di navigazione della sonda Rosetta da circa 10 km di altitudine. Credit: ESA

 

Fonti reperite in rete.

Figli di chi? – Nis

Due anni fa è passata abbastanza sotto silenzio la notizia che un team di ricercatori dell’Istituto di Genetica e Medicina Molecolare dell’Università di Edimburgo, guidati dal dr. Martin Taylor, ha scoperto nel Dna umano un gene importantissimo che sarebbe legato allo sviluppo cerebrale e che avrebbe la peculiarità di appartenere solo ed esclusivamente al genere umano. 

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L’altra particolarità di quello che potrebbe essere definito il “Santo Graal” per decifrare finalmente il mistero dell’evoluzione umana,è che questo gene, quando emerse all’improvviso più di un milione di anni fa, e per giunta in un arco di tempo incredibilmente breve, era già perfettamente operativo e discendeva da Dna non codificante.

 

In pratica lo abbiamo semplicemente trovato inserito all’interno di quel materiale che la scienza definisce in modo un po’ grezzo ma efficace dna1“spazzatura” genetica, le cui funzioni, assolutamente ridondanti, sono a tutt’oggi avvolte dal mistero.

 

Ricordiamo che i filamenti del Dna, quando subiscono il procedimento di cosiddetta “trascrizione”, vengono ricopiati nei corrispondenti filamenti di Rna, ovvero l’Acido Ribonucleico, un polimero organico chimicamente molto simile al Dna, che di questo, potremmo dire, ne è il fedele messaggero in quanto ha proprio la precisa funzione di trascriverne l’informazione genetica. Si dice quindi Dna non codificante ogni sequenza di Dna in un genoma non soggetta alla suddetta trascrizione in Rna e quindi apparentemente senza alcuna immediata utilità pratica.

 

Secondo gli studiosi scozzesi il gene miR-941 sarebbe comparso dopo la presunta divisione tra scimpanzè e uomo in un macro periodo che ipoteticamente va dai 6 milioni ad un milione di anni fa. Questo gene, dalle origini assolutamente sconosciute, avrebbe in pratica dato un’accelerazione fantastica al processo cognitivo del nostro cervello permettendogli di migliorare in modo clamoroso le sue capacità linguistiche e i propri procedimenti decisionali.

In parole povere, senza questo gene noi ora saremmo ancora fermi allo stato evolutivo di ominidi o giù di lì.

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Questa scoperta dalle conseguenze inimmaginabili andrebbe comunque inserita in modo corretto e congruo nel complesso percorso-labirinto della ricerca sul mistero dell’origine dell’umanità. Ora noi sappiamo che ad un certo punto, qualcuno dice 200.000 anni fa, ma le ultime ricerche tendono a far risalire l’origine a 800.000 anni più indietro, ha incominciato a vivere sulla terra l’Homo Sapiens, che ha rappresentato, rispetto ai suoi predecessori, un salto quantico quasi inconcepibile. Dalle ultime recenti ricerche sembrerebbe poi che lo stesso Homo Sapiens e il suo cugino prossimo l’Uomo di Neanderthal, non siano stati il risultato dell’evoluzione diretta dall’Homo Erectus, dall’Homo Abilis e dall’Homo Rudolfensis, loro predecessori, ma un qualcosa di totalmente differente e autonomo.

Va detto poi come lo stesso Homo Sapiens si sia definitivamente evoluto, in pratica abbia fatto il salto definitivo che lo avrebbe portato alla civiltà, soltanto 50.000 anni fa, nel periodo che corrisponde grosso modo al Paleolitico Superiore, dopo che lo stesso Uomo di Neanderthal era improvvisamente scomparso dalla faccia della terra.

Oltre al gene Mir-941 un altro aspetto che ha reso possibile nell’uomo lo sviluppo quasi improvviso del linguaggio e quindi il conseguente pensiero simbolico e religioso insieme alla coscienza di sé stesso, è stato, a livello anatomico, l’abbassamento della laringe che, grazie al conseguente allungamento del trattdna4o faringeo, ha permesso la propagazione del suono tramite le corde vocali, cosa impossibile al resto degli esseri viventi che popolano la terra.

Una modificazione strutturale quasi improvvisa, forse in qualche modo derivante dallo stesso innesto del gene miR-941, che ha comportato in sé anche un grandissimo rischio: quello di farci morire soffocati, perché l’uomo adulto, proprio a causa dell’abbassamento laringeo, non può degluttire e respirare nello stesso momento così come invece riesce a fare un neonato nel quale appunto la laringe non si è ancora abbassata.

Di sicuro, comunque, ora sappiamo che qualcosa di incredibile e di clamoroso ha avuto luogo ad un certo punto della nostra storia, una modificazione genetica, un’aggiunta pescata dal “kit” che il nostro Dna aveva a disposizione nel suo “zaino” e che sembrerebbe essere il frutto di un preciso progetto piuttosto che di un casuale e prolungato processo evolutivo.

Un “inserimento” non arrivato verticalmente in seguito ad un lento lavorio di trasformazione ma bensì orizzontalmente, non si sa bene ad opera di chi, che ha modificato il Dna umano a tal punto da proiettare il cervello umano verso l’autocoscienza di sé ma soprattutto verso la conoscenza di un Qualcuno a cui dobbiamo la nostra identità e forse la nostra stessa esistenza.

In questo possiamo dire effettivamente che, se esiste un regno dei cieli, questo effettivamente si trova dentro noi stessi ed è quello che forse ci fa essere a…immagine e somiglianza del nostro stesso “ideatore”.

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fonte
http://pianetax.wordpress.com/
http://www.nature.com/ncomms/journal/v3/n10/full/ncomms2146.html
http://www.astronavepegasus.it/pegasus/index.php/misteri/742-mir-941-il-mistero-del-gene-comparso-dal-nulla#.VHrqK8ltSDs

SETI e l’aspetto teologico – Nis

SETI e Teologia

Contributo al SETI day, Turin, Academy of Sciences, June 26, 1998

G. Tanzella-Nitti

Pontificio Ateneo della S. Croce, Roma

Facoltà di Teologiaformerly, Istituto di Radioastronomia, C.N.R. – Bologna

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G. Tanzella-Nitti


I. Premessa

— L’invito rivolto alla teologia di fornire un contributo a questa giornata risponde probabilmente ad una curiosità, ma offre allo stesso tempo un’opportunità. La curiosità è quella di conoscere quali possano essere le ricadute di un successo SETI sul pensiero religioso dei terrestri; l’opportunità offerta è disporre di una riflessione sul tema SETI che tenga conto di tutta la fenomenologia umana, e quindi anche di quella religiosa, al momento di promuovere iniziative, valutare impatti, studiare protocolli di comunicazione. Cercherò di soddisfare prima la curiosità, e poi di sfruttare l’opportunità che qui mi viene offerta.

— Lo farò principalmente dalla prospettiva della teologia che nasce dalla tradizione giudeo-cristiana, sebbene inquadrandola nel contesto più ampio della religione come fenomeno umano. La rivelazione cristiana può essere utilizzata a ragione come primo riferimento di un discorso come questo a motivo delle sue profonde relazioni culturali e filosofiche con lo sviluppo del pensiero scientifico e con il pensiero occidentale in genere.

— Prima di soddisfare la curiosità di cui abbiamo appena parlato, vorrei però soffermarmi su alcuni chiarimenti epistemologici.

a) Il motivo per cui la teologia può condividere un interesse per SETI non dipende né da calcoli probabilistici, né dall’obbligo di ritenere la vita nel cosmo un fatto necessariamente comune, il risultato di un processo casuale, un epifenomeno. L’interesse del teologo si giustifica invece in base al valore della vita intelligente in quanto tale, per quello che essa è e per quello che essa rappresenta. Questo valore sta nel suo essere partecipazione e riflesso di quella Vita e di quella Intelligenza, stavolta con maiuscola, che è Dio Stesso.

b) Un secondo chiarimento, corollario del primo, è che considerare la vita come un fenomeno relativamente diffuso nell’universo non obbliga la teologia ad abbandonare la sua visione della vita intelligente come dono di Dio, né le vieta di considerarla il risultato di una progettualità che trascende l’ordine fisico dei fenomeni empirici; e questo sia perché la finalità resta inaccessibile alle scienze, sia perché l’equazione di Drake concerne condizioni necessarie, ma non necessarie e sufficienti.

c) Un terzo chiarimento, infine, è che la domanda sul significato e il senso della vita umana, e della vita in genere, il cui desiderio di risposta è certamente fra le motivazioni più importanti del programma SETI, è una domanda dello scienziato prima ancora che della scienza; essa va cioè affrontata in quadro epistemologico più ampio, capace di trattare l’intera fenomenologia umana e dunque anche le sue risonanze esistenziali, filosofiche e religiose. A questo interrogativo le grandi religioni dell’umanità rispondono affermativamente: la vita umana ha un senso, e all’interno della teologia cristiana potrei aggiungere che la vita intelligente, ovunque essa eventualmente appaia e si sviluppi, ha un senso.

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II. Ricaduta di un successo SETI sul pensiero religioso cristiano

— Qualcuno potrebbe pensare che un successo di SETI si ponga in aperto contrasto con il pensiero teologico cristiano, perché quest’ultimo leggerebbe il cosmo secondo un criterio antropocentrico e, comunque, vedrebbe la vita secondo un registro di singolarità-unicità, non di pluralità. Questo paradigma non è del tutto corretto: fra religione cristiana e vita extraterrestre non vi sono incompatibilità congenite. Possiamo offrire alcune piste per mostrarlo:

a) Considerare la persona umana come il destinatario della pienezza della Rivelazione, specie ad opera dell’incarnazione del Figlio di Dio, il Verbo di Dio fatto uomo, è quanto potremmo chiamare — per usare un’analogia con la fisica teorica — una soluzione classica. È la soluzione che oggi la teologia ha a disposizione, e non è necessario che vi rinunci a priori in quanto essa le consente di interpretare un’ampia gamma di fenomeni, cioè un insieme di verità religiose piuttosto importanti.

Tuttavia, potrebbe essere appunto solo una soluzione classica. Al pari di quanto avviene in meccanica quantistica o in relatività, ove le soluzioni classiche non perdono il loro significato di verità, ma vengono comprese all’interno di un contesto più ampio, tutto quanto noi oggi associamo alla dignità religiosa del genere umano, come l’essere creato a immagine e somiglianza di Dio, l’essere stato redento dal Figlio di Dio fatto uomo e l’essere destinato ad una vita di eterna comunione con Dio, non verrebbe contraddetto da un contatto con civiltà ET, ma obbligherebbe solo a ricomprendere queste verità alla luce dei nuovi dati. Questo è stato già fatto, seppure con certo travaglio intellettuale, dopo Cristoforo Colombo, Copernico e Darwin, e non vi sono motivi per non ritenerlo possibile anche dopo un eventuale successo di SETI.

Come per l’eliocentrismo e l’evoluzione biologica, la teologia aveva già degli strumenti per effettuare tale ricomprensione (pensiamo all’esegesi non letterale della sacra Scrittura, disponibile anche ai tempi di Galileo, o alla visione evolutiva contenuta nelle rationes seminales di Agostino), così ne possiede oggi per il tema della vita ET: basti pensare ad esempio che già san Paolo aveva presentato la capitalità e la centralità di Cristo nella sua dimensione cosmica, come opera di Dio che corona e dà senso a tutta la storia della creazione, e non solo nella sua dimensione di redenzione dal peccato. Questo aspetto fu messo bene in luce, come è noto, da Teilhard de Chardin.

b) Una seconda pista di interesse, che qui non ho tempo di sviluppare, è la dottrina della tradizione ebraica e cristiana sull’esistenza degli angeli. Questa fede mostra un fatto molto importante, e cioè che il senso della creazione non si gioca tutto sul rapporto fra l’uomo e Dio, ma resta aperto su altre creature le quali, pur dipendendo da Dio, hanno una storia ed un’economia di salvezza distinta da quella del genere umano: dunque un registro di pluralità, come lo abbiamo prima chiamato, è possibile. Tommaso d’Aquino, ad esempio, diede ragioni di convenienza per sostenere che il numero degli angeli sarebbe ingentissimo, tale da superare qualsiasi molteplicità materiale (S. Th. I, q. 50, a. 3).

c) Ancora, un sincero atteggiamento credente, non impone mai limiti alla potenza e alla ricchezza dell’amore di Dio, né rinchiude nei suoi schemi ciò che un Creatore dell’universo abbia previsto o abbia voluto fare. Molti scienziati credenti lo hanno ricordato lungo la storia. Ad esempio, P. Angelo Secchi, sacerdote e pionere della classificazione spettrale delle stelle, affermava nelle sue Lezioni elementari di fisica terrestre del 1879: “La vita riempie l’universo e con la vita va associata l’intelligenza. Come abbondano gli esseri a noi inferiori, così possono in altre condizioni esisterne altri immensamente più capaci di noi”.

d) In senso più generale, vorrei dire che un eventuale contatto con civiltà ET non può essere considerato una sorta di verifica della validità della coscienza religiosa dell’umanità. L’idea che un nostro ingresso nel Club della Galassia (per dirlo con la nota immagine di Ron Bracewell) libererà l’uomo da una fase religiosa infantile di tipo freudiano, rendendoci consapevoli del nostro posto nell’universo, può essere suggestiva, ma è in realtà assai ingenua. La maggior parte dei grandi temi esistenziali, e quindi religiosi, della vita umana sulla terra, non verrebbero risolti dagli amici di questo Club.

A sostegno dell’idea che un contatto ET non può avere l’onere di confermare o negare la verità della religione, vorrei ancora citare un fatto: né la placca montata a bordo del Pioneer 11 con dati figurativi e in codice sulla civiltà umana, né la trasmissione radio inviata da Arecibo verso M13, contenevano alcun riferimento all’idea di una dipendenza da un Creatore, pur trattandosi in questo caso di un convincimento condiviso dalla maggior parte degli abitanti del pianeta terra. Inoltre non va dimenticato, come già accennato, che non conosciamo a priori i piani di Dio: nel Club della Galassia potrebbe forse corrispondere ai terrestri il compito di parlare di un Dio Creatore.


III. Ruolo del pensiero religioso in un programma SETI

— Vengo all’ultimo punto del mio intervento, e cioè quello di quale contributo possano offrire le religioni, la teologia cristiana in particolare, ad un programma SETI.

a) In primo luogo, vedere la vita intelligente come un dono di Dio dispone ad un atteggiamento di fratellanza verso coloro che partecipano di questo dono. La religione non sarebbe pertanto un target passivo della ricaduta culturale di SETI, secondo alcuni il più sfavorito, ma essa può svolgere al contrario un ruolo-guida nell’orientare correttamente tale ricaduta a motivo della sua influenza spirituale sulle coscienze degli uomini.

b) In secondo luogo la religione fa vedere con un certo ottimismo di fondo la possibilità di instaurare rapporti significativi con civiltà ET. Se, come la teologia ricorda, l’universo è razionale e denso di significato, perché effetto di una parola intenzionale del Creatore, allora la vita intelligente, ovunque essa appaia, appartiene ad un piano sensato. Questa sensatezza fonda sia la capacità che una civiltà ha di conoscere la natura, sia la capacità che più civiltà hanno di comunicare fra loro.

c) La religione può suggerire infine anche delle riflessioni sul contenuto dei protocolli di comunicazione. Il riferimento ad un Creatore comune, la cui esistenza può essere dedotta per inferenza dalla contingenza del mondo, dalle sue specificità formali, dall’esperienza estetica o da quella morale, può rientrare a pieno titolo in tale scambio comunicativo. La religione cristiana suggerirebbe poi di dare priorità ad un linguaggio universale, quello dell’amore, specie verso il più debole e indifeso, con i corrispondenti gesti che lo esprimono, non ultimo quello di dare la vita per l’altro.

La scienza e la religione, affermava Giovanni Paolo II in una lettera indirizzata alcuni anni or sono al Direttore della Specola Vaticana, hanno un’influenza troppo grande sulla coscienza dei popoli per ignorarsi: “Non si può leggere la storia del secolo scorso senza accorgersi che la responsabilità della crisi ricade su ambedue le comunità. L’uso della scienza si è dimostrato in più di un’occasione largamente distruttivo, e le riflessioni sulla religione sono state troppo spesso sterili. Abbiamo ambedue bisogno di essere quello che dobbiamo essere, quello che siamo stati chiamati ad essere”.

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IV. Conclusione

La teologia non può non vedere con interesse un programma SETI. In fondo, come segnalato negli ultimi anni da non pochi autori, la motivazione di fondo di SETI ha qualcosa che assomiglia ad una istanza religiosa: il desiderio di conoscere fino in fondo l’universo in cui viviamo, di porsi in rapporto con qualcuno che possa eventualmente chiarire quale ruolo abbiamo in esso… Molte opere letterarie mettono specie in luce il ruolo positivo e chiarificatore — e dunque implicitamente religioso — di un contatto con altre civiltà ed altri mondi.

Allo stesso tempo, sento la necessità di ricordare che SETI, pur assomigliando sotto certi aspetti a quanto si richiederebbe ad una religione, non può, né deve essere una religione. SETI non contiene le risposte ai più profondi interrogativi esistenziali che hanno accompagnato la storia del genere umano: il significato del dolore, l’esperienza del limite e della finitezza, la coscienza del bene e del male, il significato della bellezza e dell’amore, il senso della vita e della morte. La loro risposta non può provenire da alcuna creatura intelligente, ma solo da quella Vita con la maiuscola, che è anche la ragione ultima del perché di tutte le cose.

Recita così il Salmo 8: ” O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: sopra i cieli si innalza la tua magnificenza […] Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato”.

L’ultima parola sulla questione SETI non spetta alla teologia, ma alla scienza. L’esistenza di vita intelligente in pianeti diversi dalla terra non viene né richiesta, né esclusa da alcun argomento teologico: alla teologia, come a tutta quanta l’umanità, non resta che attendere.

 

Fonti:

http://www.seti-italia.cnr.it/Page01-Frame%20Ita.htm

Quante civiltà extraterrestri? – Nis

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OTTIMISMO E PESSIMISMO

Iniziamo dunque col primo dato. Quante stelle esistono nella nostra galassia? Circa trecento miliardi, si ritiene. Per un calcolo pessimistico diciamo solo 100 miliardi. Scriviamo quindi le nostre prime due cifre.

NUMERO DELLE STELLE NELLA NOSTRA GALASSIA
Ottimista: 300 miliardi.
Pessimista: 100 miliardi.

Quante di queste stelle possono avere un sistema è solare simile al nostro? Se si scartano stelle doppie, quelle troppo grandi, quelle più piccole eccetera si arriva alla seguente valutazione (che tengono conto del fatto che la vita media di una stella deve essere abbastanza lunga per dare il tempo alla vita di evolversi su un pianeta).

NUMERO DEI SISTEMI SOLARI SIMILI AL NOSTRO
Ottimista: 1.7% di 300 miliardi=5 miliardi
Pessimista: 0.1% di 100 miliardi=100 milioni.

Ma se esistano sistemi solare simile al nostro, quante probabilità vi sono che esista un pianeta nella posizioni giusta, cioè non troppo caldo e non troppo freddo? Alcuni studiosi, come Micheal Hart, ritengono che non sia estremamente raro che un pianeta possa trovarsi a distanza giusta, e che forse non siamo gli unici. Tuttavia la maggior parte degli esperti e piuttosto incline a credere che un pianeta in orbita giusta non dovrebbe costituire un eccezione. La stima ottimistica è del 20%, la pessimistica può scendere al 10%.

NUMERO DEI SISTEMI SOLARI SIMILI AL NOSTRO CHE POTREBBERO AVERE UN PIANETA IN POSIZIONE GIUSTA u2
Ottimista: 20% di 5 miliardi=1 miliardo
Pessimista 10% di 100 milioni=10 milioniCome si vede, in due passaggi, il pessimista si trova a una valutazione cento volte inferiore, rispetto all’ottimista (13 milioni rispetto a un miliardo).

A questo punto nasce una domanda importante: ammesso che esista un pianeta adatto, quale è la probabilità che la vita sia poi veramente cominciata? Questo è il punto più controverso.
Tutti sono d’accordo che si possono formare ovunque molto facilmente delle molecole organiche, le quali sono già in pratica i mattoni della vita: quanto però alla probabilità che si uniscano insieme per creare delle grandi molecole capaci di replicarsi, e poi dare origine a delle forme di vita di tipo batterico, questo dipende da valutazioni veramente soggettiva, perché oggi non disponiamo di parametri validi.
Alcuni ritengono che ciò sia assai poco probabile, altri invece ritengono che se il tempo a disposizioni per un evoluzione biochimica è sufficiente, ci sono buone probabilità che questo processo si verifichi. Altri ritengono addirittura che si tratti di un fenomeno quasi spontaneo, così come avviene per la formazione di amminoacidi. Asimov è fra questi, e nel suo libro da queste evento al 100%, considerandolo praticamente una conseguenza spontanea, quando il pianeta è adatto alla vita.
A questo punto ci sembra ragionevole sdoppiare le ipotesi pessimistiche. Un moderato (cioè che accoglie le precedenti valutazioni pessimistiche, ma in questo caso si dimostra assai più possibilista) potrebbe valutare queste evento al 50%.
L’ipotesi estrema potrebbe, in teoria, scendere a zero: ma in realtà nessuno di coloro che studiano questi problemi esclude che ciò sia avvenuto.. Una probabilità su 10 mila (lo 0,01%) sembra poter rappresentare una valutazione abbastanza pessimistiche. Si hanno quindi a questo punto tre cifre.

u1NUMERO DEI PIANETI ADATTI ALLA VITA SU CUI PUO’ ESSERSI SVILUPPATA UNA FORMA DI VITA DI TIPO BATTERICO
Ottimista: 100% di 1 miliardo=1 miliardo
Moderato: 50% di 10 milioni=5 milioni
Pessimista: 0.01% di 10 milioni=1000Il passo successivo è l’evoluzione della vita. Qui c’è abbastanza accordo sul fatto che la vita, una volta partita, possa in qualche modo evolvere. Per gli ottimisti la apparizione di essere pluricellulari e solo questione di tempo:70% di probabilità. Il moderata potrebbe dire: venti probabilità sul cento. Il pessimista potrebbe scendere a 5 probabilità su cento.

NUMERO DEI PIANETI SUI QUALI DA FORME DI VITA DI TIPO BATTERICO AVREBBE POTUTO SVILUPPARSI FORME DI VITA DI TIPO PLUCELLULARE
Ottimista: 70% di 1 miliardo=700 milioni
Moderato: 20% di 5 milioni=1 milione
Pessimista: 5% di 1000=50Vediamo ora il gradino successivo: lo sviluppo dell’intelligenza. Per l’ottimista il passaggio dall’essere pluricellulari a forme intelligenti e quasi certo (90%). Il moderato potrebbe valutare questa probabilità al 25%; il pessimista il 2%.

NUMERO DEI PIANETI SUI QUALI PARTENDO DA FORME DI VITA DI TIPO PLUCELLULARE AVREBBERO POTUTO SVILUPPARSI FORME INTELLIGENTI u4
Ottimista: 90% di 700 milioni=600 milioni
Moderato: 25% di 1 milione=250000
Pessimista: 2% di 50=1

Una volta che si arriva agli esseri intelligenti, gli ottimisti ritengono che il passaggio a forme di vita sociale, con sviluppo di forme di tecnologia, sia ovvio (100%). Anche moderato si sbilancia e accetta l’idea che partendo da forme di vita intelligenti (dato un tempo sufficiente) si possa raggiungere a una società tecnologica (100%). Il pessimista, invece, ritiene che ciò possa avvenire solo molto raramente (5%).

NUMERO DEI PIANETI SUI QUALI, PARTENDO DA FORME INTELLIGENTI, AVREBBE POTUTO SVILUPPARSI UNA CIVILTA’ TECNOLOGICA
Ottimista: 100% di 600=600 milioni
Moderato: 100% di 250000=250000
Pessimista: 5% di 1=0.05Ma subentra a questo punto un altro notevole passaggio restrittivo.

Se vogliamo comunicare con altra civiltà extra terrestri, infatti, noi non siamo ovviamente interessati alle eventuali civiltà già scomparse o quelle non ancora nate: noi siamo interessati solo a quelle contemporanee, cioè che esistano in questo momento. Per fare questo calcolo occorrerebbe sapere quanto dura una civiltà tecnologica. Perché si duro un tempo molto lungo, allora ci sono più probabilità che la nostra esistenza si incrociano; se la durata è molto breve, allora le probabilità diminuiscono notevolmente.
Mediamente sulla terra un mammifero, come specie, dura cinque o dieci milioni di anni; l’uomo con la sua civiltà tecnologica, durerà più o di meno? Asimov dice di meno: solo un milione di anni. Se si applica un criterio analogo per gli altri pianeti, facendo un po’ di conti che solo una probabilità su mille (cioè lo 0,1%) che un altra civiltà tecnologica sia nostro contemporanea. Questa è l’ipotesi più ottimistica.
Il pessimista moderato potrebbe dire che la durata di una civiltà tecnologica è molto inferiore al milione di anni: solo 20 mila anni. Tuttavia, poiché un sistema solare del nostro tipo (e quindi un pianeta come alla terra) e solo a metà strada della sua esistenza (e quindi ancora qualche miliardo di anni di vita), potrebbero riemergere in seguito, sullo stesso pianeta, varie volte, altre civiltà. Diciamo 10 altre volte, per complessivi duecentomila anni. Quindi lo 0,02%. Il pessimista, invece, potrebbe dire che una civiltà tecnologica dura solo duemila anni, poi si autodistrugge e in seguito non appare mai più. Ecco quindi le nostre ultime cifre.

NUMERO DEI PIANETI DELLA GALASSIA SUI QUALI ESISTE OGGI UNA CIVILTA’ TECNOLOGICA u3
Ottimista: 0.1% di 600 milioni=600000
Moderato: 0.02% di 250000= 50
Pessimista: 0.0002% di 0.05=0.0000001

La cifra ottimista è molto elevata: secondo Asimov uno esisterebbero oggi nella nostra galassia 600000 civiltà extraterrestri. Ci sembrano decisamente troppe, anche se non abbiamo prove per dimostrare il contrario.
Il pessimista moderato arriva alla cifra conclusiva di 50. Cioè noi saremmo una delle poche civiltà tecnologiche oggi esistenti nella galassia.
Tra queste due cifre, 50 e 600000, esiste dunque un ventaglio di probabilità ,in cui si possono situare coloro che ritengono possibile o probabili l’esistenza di altre civiltà e nella galassia. Quanto al pessimista egli è sceso molto al di sotto dello zero, e secondo i suoi calcoli noi non dovremmo praticamente esistere se non per puro caso. C’è infatti solo una probabilità su dieci milioni che esistano oggi una civiltà tecnologica nella nostra galassia. Siamo stati eccezionalmente fortunati ad apparire. E’ come se avessimo azzeccato cinque volte di seguito un en plein alla roluette. Una sorprendente moltiplicazione.
Non so quale di queste varie opzioni è più vicina al vostro modo di vedere. Si tratta, naturalmente, di un esercizio teorico e ognuno può scegliere delle strade intermedie o zigzaganti o diverse. E rifare i conti per le sue ipotesi. Se però sostanzialmente le vostre conclusioni rimangano nell’arco di queste valutazioni, c’è un fatto molto sorprendente che succede.
Infatti, queste cifre si riferiscono soltanto alla nostra galassia.

E nell’universo esiste un numero immenso di galassie: si calcola vi siano almeno dieci miliardi osservabili. A questo punto le cifre cambiano completamente, perché bisogna moltiplicare il tutto per almeno dieci miliardi, e allora si sale a cifre sbalorditivo.
Il pessimista, in tal caso, salirebbe da 0,0000001 a mille. Vale dire e che, in base alle sue percentuali di valutazione e restrittive, vi sarebbero oggi nell’universo almeno mille civiltà extraterrestri. Il moderato salirebbe a 500 miliardi. L’ottimista a sei milioni di miliardi di civiltà extra terrestri contemporanea alla nostra! Ecco quindi i dati conclusivi per l’universo:

u5NUMERO DI CIVILTA’ TECNOLOGICHE OGGI NELL’UNIVERSO
Ottimista: 6 milioni di miliardi
Moderato: 500 miliardi
Pessimista: 1000

Sono cifre che ci appaiono strabilianti ed anche eccessive: d’altra parte si deve pur ammettere che per escludere l’esistenza di altre civiltà nell’universo bisognerebbe ricorre a percentuale ancora più basse di quelle adottate nell’ipotesi pessimistica. Cioè bisognerebbe a essere più pessimisti del pessimista. In altre parole, questo esercizio probabilistico ci mostra che il numero di stelle è talmente elevato che, pur mantenendosi bassi, si ottengono in definitiva cifre sorprendenti, anche se non riusciamo a valutare quali sono queste probabilità, perché ognuno può rendersi conto che le variabili sono troppe, e nessuna cifra attendibile può uscirne fuori. Questi calcoli, insomma, pur non potendo dimostrare alcunché, sembrano indicare che valga la pena di tentare una ricerca seria, e di passare dalla teoria alla pratica: cioè di arrivare alla fase sperimentale. Infatti nella scienza c’è una regola d’oro che alla base di tutto il processo delle conoscenze: qualsiasi ipotesi o teoria è la benvenuta, però non hanno alcun valore scientifico fino a quando non vi sono delle verifiche sperimentali.
Il metodo sperimentale è il solo valido. Altrimenti uno può dire una cosa, un altro il contrario, un terzo un’altra cosa ancora, senza poter provare nulla. Le teorie sono certamente utilissime, perché sono stimolanti e servono per impostare una ricerca. Senza verifiche sperimentali restano che sul punto: che sull’ipotesi. Ma allora come si fa a verificare se esistono delle civiltà extra terrestri. C’è, per ora, in un solo metodo sperimentale possibile: quello di mettersi in ascolto dello spazio con dei radiotelescopi, e cercare di capitale di segnali radio.

fonti:

tratto dal libro Nel cosmo alla ricerca della vita -di Piero Angela

WOW! c’è qualcuno? – Nis

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Jerry R. Ehman

Wow! Ecco la parola migliore mai pronunciata.

Semplice come una rasoiata e meravigliosamente secca per raggiungere il massimo dell’efficacia. Ma anche soffusa di ironia, così da stemperare la sbalorditiva possibilità che racchiude:

potremmo non essere soli nell’Universo.

 Wow! passò allo storia come l’appunto accanto a una sequenza di numeri e frequenze, scritto di getto in un giorno d’estate – il 15 agosto 1977 – da Jerry R. Ehman, mentre lavorava per il «Progetto Seti» con il radiotelescopio Big Ear dell’Università dell’Ohio.

 

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radiotelescopio Big Ear

Indicava un segnale alieno, il primo – e unico – mai individuato.

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Localizzazione del segnale nella costellazione del Sagittario

Non solo aveva avuto una durata anomala, 72 secondi, ma (ecco l’altro elemento incredibile) possedeva le caratteristiche previste un ventennio prima da altri due ricercatori, Giuseppe Cocconi e Philip Morrison: il valore di 1420 Mhz corrispondeva infatti alla radiazione dell’idrogeno, l’elemento più comune nel cosmo, e quindi  rappresenta il messaggio universale per antonomasia, non siamo soli in questo universo. Quel giorno di Ferragosto avrebbe potuto trasformarsi in una delle date-chiave dell’umanità e invece svaporò in una nube di dubbi. Il bis non c’è mai stato finora.

Si è cercato in tutti i modi negli anni di dare una spiegazione “terrestre” all’evento, ma nonostante questi sforzi le anomalie presenti lasciano propendere per il fatto che si sia trattato di un “fenomeno extraterrestre”.

 

Progetto SETI

 

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La comunità scientifica internazionale ha creato un gruppo internazionale di Bioastronomia che ha messo a punto un programma di ricerca a largo raggio. Questo è un gruppo multidisciplinare che ha il compito di indagare sulle condizioni che hanno reso possibile la nascita e l’ evoluzione della vita sul nostro pianeta, se queste esistono in altre parti della nostra galassia ed infine, se civiltà, in possesso di una appropriata tecnologia, stia provando di farci capire che ci sono. La scoperta negli spazi interstellari di molecole prebiotiche, necessarie alla chimica della nostra vita e quella di nuovi pianeti, ha dato un notevole impulso alla Bioastronomia. In particolare, c’è stata una certa sensibilizzazione verso il programma che si occupa della ricerca di eventuali segnali radio artificiali provenienti da civiltà extraterrestre.

SETI è l’acronimo di Search for Extra-Terrestrial Intelligence (Ricerca di Intelligenza Extraterrestre), ed è un programma dedicato alla ricerca della vita intelligente extraterrestre, abbastanza evoluta da poter inviare segnali radio nel cosmo. Il programma si occupa anche di inviare segnali della nostra presenza ad eventuali altre civiltà in grado di captarli.

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Frank Drake

Il SETI Institute, proposto nel 1960 da Frank Drake (tuttora uno dei suoi direttori), è nato ufficialmente nel 1974. È un’organizzazione scientifica privata, senza scopi di lucro. La sede centrale è a Mountain View, in California.

Negli anni sono stati effettuati vari esperimenti sia di ricezione che di invio dati.

 

 

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clicca sull’immagine

Nel 1974 fu fatto un tentativo simbolico di inviare un messaggio verso altri mondi. Per celebrare un consistente ampliamento del radiotelescopio da 305 m di Arecibo, un messaggio in codice di 1 679 bit fu trasmesso verso l’ammasso globulare M13, distante da noi circa 25 000 anni luce.La sequenza di 0 e 1 che costituiva il messaggio era una matrice 23 × 73 che conteneva alcuni dati sulla nostra posizione nel sistema solare, la figura stilizzata di un essere umano, formule chimiche ed il contorno del radiotelescopio stesso.La matrice 23 × 73 fu scelta perché sia 23 che 73 sono numeri primi. Si presumeva che questo fatto avrebbe aiutato un ipotetico ascoltatore alieno a riconoscere la struttura a matrice.Essendo stato inviato il messaggio alla velocità della luce, nessuna eventuale risposta potrà giungerci prima di 50 000 anni.

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Un’altro interessante progetto è  dell’Università di Berkeley, chiamato SETI@home venne iniziato nel maggio 1999. L’esistenza del progetto SETI@home significa che chiunque può essere coinvolto nella ricerca SETI, semplicemente scaricando da internet un software. Questo software esegue l’analisi del segnale di una work unit di 350 kilobyte dei dati raccolti dal SERENDIP IV SETI, e restituisce i risultati dell’elaborazione, sempre via internet.

Oltre 5 milioni di computer in centinaia di nazioni si sono registrati per il progetto SETI@home ed hanno complessivamente contribuito con oltre 14 miliardi di ore di tempo di elaborazione. Il progetto viene ampiamente lodato sulla stampa specializzata come un interessante esercizio di elaborazione distribuita (Grid computing) fatto in casa. Il 22 giugno 2004 è stato rilasciato SETI@home II, basato sulla Berkeley Open Infrastructure for Network Computing (BOINC).

Se anche voi siete interessati a partecipare attivamente a questo progetto utilizzando il vostro Pc potete farlo, andate a questo indirizzo http://setiathome.berkeley.edu/index.php e seguite le semplici indicazioni e … buona ricerca!

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radiotelescopio di Arecibo

 

fonti:

http://www.ufoonline.it/2012/02/22/il-segnale-wow-quando-il-seti-accarezz%C3%B2-il-sogno-del-contatto/

http://www.invasionealiena.com/alieni/articoli-alieni/664-il-segnale-wow-tentativo-di-contatto-di-una-civilta-aliena.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Messaggio_di_Arecibo

http://it.wikipedia.org/wiki/Segnale_Wow!

http://www.seti-italia.cnr.it/Page01-Frame%20Ita.htm

http://setiathome.berkeley.edu/index.php

Anomalia nel Triangolo Maledetto. -Space.

L’Agenzia Spaziale Europea e la NASA, sono preoccupate per i frequenti black out che stanno colpendo i satelliti che passano sopra il famoso Triangolo delle Bermude e nel tratto del sud Atlantico, dove avvengono delle misteriose anomalie magnetiche.
Non sono solo i satelliti ad essere colpiti ma anche il Telescopio Spaziale HUBBLE, che ultimamente ha subito diverse avarie nella strumentazione che risulta essere molto delicata e complessa, per via del puntamento elettronico del telescopio.

Triangolo Bermuda
Quindi, cosa succede ad Hubble nella regione misteriosa, conosciuta come la South Atlantic Anomaly ? Quando i satelliti attraversano questa zona sono bombardati da sciami di particelle di energia intensamente elevati. Ciò può produrre “difetti” nei dati astronomici, malfunzionamento dell’elettronica di bordo. Spesso, gli stessi satelliti, passando sopra queste zone dove si verificano le anomalie,  subiscono dei veri e propri black-out,  rimanendo spenti e trovando impreparati per settimane i ricercatori degli enti spaziali ESA e NASA.
All’ESA, credono che ci sia un collegamento tra lo spazio, il cosmo,  e il famigerato “Triangolo delle Bermuda”, dove un certo numero di aerei e navi, sono scomparsi in circostanze misteriose! Esiste una connessione tra l’Anomalia del Sud Atlantico, il Trangolo delle Bermude e il Cosmo? Forse si tratta di un enorme Stargate, ovvero un portale spazio-temporale molto simile ad un Worm Hole che è attivo  ed è connesso con il cosmo? Da parte dell’ESA sono in corso accertamenti e analisi più approfondite su queste anomalie del pianeta Terra, soprattutto in questa zona dell’Atlantico, ma per ora, gli stessi scienziati della NASA e dell’ESA, non sanno come giustificare tale flusso di energia connesso con lo spazio.

Triangolo Bermuda2

Fonti trovate in rete.

http://www.spacetelescope.org/videos/hubblecast77a/

La Massoneria sulla Luna. – Nis

LUNA3

Perché i “grandi protagonisti” delle “mitiche missioni lunari” erano

TUTTI MASSONI di alto grado?

E’ evidente che, per certi “ruoli” si renda necessario indossare un “grembiulino” oltre che una tuta spaziale, non solo…innumerevoli nomi dati a “missioni” o apparecchiature sono indiscutibilmente legati alla Massoneria, basti pensare all” APOLLO” (APOLLYON, Apollo), LUNA8o alla FENIX (la FENICE MASSONICA , HORUS che risorge dalle ceneri).luna9

Il grande “eroe” lunare (???) Aldrin mostra fiero i simboli massonici del Supreme Council 33 vicino al Grand Commander Luther A. Smith. Ricordiamoci che i FRATELLI MASSONI sono legati da un patto di SILENZIO e di OBBEDIENZA (che NON E’ l’obbedienza ai governi delle nazioni o alle leggi degli stati…).

LUNA4

LUNA1 FINO A CHE PUNTO CI HANNO MENTITO QUESTE PERSONE?LUNA2

In un periodo di guerra fredda con la Russia, in una bruciante corsa alla conquista spaziale, dopo miserevoli e continui fallimenti (dove vengono bruciati vivi diversi astronauti) e continui e devastanti tentativi di superare le “fasce di Van Allen” (radiazioni risultate devastanti per il corpo degli astronauti…) improvvisamente la grande America con il mitico APOLLO 11 manda i mitici Armstrong, Collins, Aldrin (TUTTI MASSONI) sulla… Luna ?

Tutto procede senza grandi intoppi, gli eroi vanno, passeggiano tranquilli, tornano…e il mondo festeggia come un grande gregge la “favolosa impresa umana”. Vorreste vederci più chiaro e magari avreste piacere di…

OSSERVARE I FILMATI ORIGINALI ? 

Sfortuna, purtroppo la NASA ci ha fatto sapere di aver SMARRITO IL FILMATO ORIGINALE, dovremo dunque accontentarci delle orribili copie delle copie delle copie… sgranate e confuse…peccato vero? Già.

E’ lo stesso Richard Nafzger,da quarant’anni esperto di comunicazioni al Goddard Space Flight Center dell’agenzia americana, coordinatore della trasmissione televisiva delle immagini delle missioni Apollo, specialista che aveva convertito in tempo reale le immagini in formato ‘slow-scan’ della camminata sulla Luna di Neil Amstrong e Buzz Aldrin nel formato standard necessario per la trasmissione sui teleschermi delle case di mezzo mondo ad ammetterlo, mica uno qualsiasi.

Richard Nafzger

Richard Nafzger

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La Loggia Massonica a cui Aldrin era ufficialmente iscritto nel 1969, con numero di tessera 1417, era quella di Clear Lake, Texas. In onore di Aldrin verrà fondata in seguito la “Loggia della Tranquillità n. 2000” (dal Mare Tranquilitatis lunare su cui i presunti astronauti sarebbero atterrati), sul cui sito leggiamo: “Il 20 luglio 1969 due astronauti americani atterrarono sulla luna del pianeta Terra, in una zona conosciuta come Mare Tranquilitatis,o “Mare della Tranquillità”.

Uno di questi uomini coraggiosi era il Fratello Edwin Eugene (Buzz) Aldrin Jr., membro della Loggia di Clear Lake, n. 1417, AF&AM, Seabrook, Texas. Fratello Aldrin portava con sé una DELEGA SPECIALE del Gran Maestro J. Guy Smith, con nomina ed incarico di Fratello Aldrin come Delegato Speciale del Gran Maestro, che gli garantiva pieni poteri di rappresentanza del Gran Maestro in quanto tale e lo autorizzava a reclamare la luna come Giurisdizione Territoriale Massonica per conto della Gran Loggia Venerabile del Texas degli Antichi e Liberi Massoni e lo incaricava di fare appropriato rapporto sul suo operato. Fratello Aldrin certificava che la DELEGA SPECIALE era stata portata con lui sulla luna il 20 luglio 1969” .luna7

Le vere mire della massoneria legate alla missioni Apollo si possono leggere fra le righe nel brano che segue, tratto sempre dall’articolo di Kleinknecht su “The New Age” (rivista massonica) (pagg. 15-16):luna10

“La missione della Corporazione è sempre stata una missione di salvezza, ma fino a questo momento il suo campo di applicazione era stato l’individuo e il suo percorso verso la luce. La massoneria, a questo punto, non può più pensare in questi termini. Tutti gli uomini, in qualunque luogo , devono ascoltare il nostro messaggio o tutti gli uomini periranno” .

 

Di seguito qualche piccola chicca che alimenta qualche dubbio sulla veridicità delle missioni lunari.

Quello che sentirete parlare é un astronauta Alan Bean, uno degli eroi delle missioni Apollo, ecco cosa ci racconta quando gli si parla di “FASCE DI VAN ALLEN”:

 

Ed ecco Neil Armstrong, riluttante a giurare sulla Bibbia il fatto di aver realmente camminato sulla Luna.

Fonti trovate nel web