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Microsoft annuncia Windows Holographic ed il nuovo visore HoloLens. Space.


HoloLens

Il 21 gennaio 2015,  presentando Windows 10, Microsoft ha sorpreso tutti con HoloLens, la nuova frontiera del PC olografico. Consiste in un avanzatissimo visore che cambierà il nostro modo di vedere il mondo circostante.
Le HoloLens sono dotate di un CPU interno e di un processore grafico, estremamente potenti, che grazie a Windows Holographic permettono, tramite API ,di creare diverse applicazioni d’uso, che spazieranno dall’intrattenimento  al sofisticato CAD 3D con  cui un Designer può immaginare solo lontanamente le mille implicazioni che HoloLens avrà per il suo lavoro. Immaginate di disegnare un prodotto 3D in CAD e poterlo vedere tranquillamente sotto i vostri occhi, nella scrivania disegnato a grandezza reale !

HoloLens

Immaginiamo i vantaggi per gli interior designer: con un semplice spostamento o selezione dal menu, potranno riprogettare interni ed esterni, applicandoli direttamente alla realtà circostante ! O più semplicemente, permetterà a chiunque, di controllare posta, agenda e file excel, comodamente nel salotto di casa, in 3D.

HoloLens

HoloLens Casa

Grazie a questa tecnologia è possibile avere supporto anche nel quotidiano. Vi trovate in cucina e volete accedere ad una ricetta? Nessun problema, ci pensa HoloLens. E mentre leggete la ricetta potete guardare il vostro sport preferito sulla parete di casa. Manca qualche ingrediente? Sara sufficiente annotarlo direttamente sul frigorifero !

HoloLens

Pensate all’acquisto di un mobile: grazie alla tecnologia delle HoloLens è possibile visualizzarlo direttamente nella vostra casa, senza dover utilizzare il metro, o ragionare sul fatto che si intoni o meno con il vostro arredamento.
Lo stesso vale per un quadro, delle tende, una decorazione alla parete o il colore stesso della facciata di un edificio.  Forse arriveremo addirittura a invitare virtualmente amici in video conference, che saranno presenti a casa nostra in versione 3D in real time !!

HoloLens vi consentirà di interagire con i giochi direttamente a casa vostra.
Il primo gioco che è già stato sviluppato e reso compatibile con le HoloLens è Minecraft. La vostra casa diventerà il vostro territorio di gioco !!

HoloLens Gioco


Il device è stato studiato con l’aiuto della NASA e nello specifico, attraverso la nuova tecnologia Windows Holographic, sarà possibile approdare in un altro mondo: il progetto è infatti dotato di una fotocamera di profondità con un campo visivo che spazia da 120 a 120 gradi e gli ingegneri stanno mettendo a punto anche un sistema chiamato holding che permetterà di afferrare e manipolare oggetti olografici.

La fantascienza diventa dunque realtà, avvantaggiandosi del fatto che il dispositivo non richiederà connessioni con altri dispositivi, funzionando completamente in modo wireless.
Così come i Google Glass, gli HoloLens possono essere indossati nella vita di tutti i giorni ma, a differenza degli occhiali del Colosso di Mountain View, l’ologramma prodotto da HoloLens potrà occupare tutto il campo visivo e non solo una parte.



Fonti: http://www.microsoft.com/microsoft-hololens/en-us

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La CPU della prima PlayStation guida oggi una sonda verso Plutone. -Space.


Gli ingegneri della NASA non hanno bisogno di elevate capacità di elaborazione, ma di affidabilità. È per questo che preferiscono utilizzare processori lungamente testati e approvati, come nel caso della CPU della prima PlayStation, conosciuta con il nome in codice di MIPS R3000.

PlayStation 1

Questa CPU si trova all’interno di New Horizons, la sonda della NASA che sta viaggiando versoPlutone, che è partita nel 2006 e il suo arrivo è previsto durante il mese di luglio di quest’anno. La CPU della PlayStation 1 è alla base del funzionamento di tutti i sistemi di New Horizons, ovvero tra le altre cose della gestione dell’alimentazione dei propulsori, dei sensori per il monitoraggio e della trasmissione dei dati verso la Terra.

Non è dunque la prima volta che la NASA utilizza processori ampiamente collaudati e continuerà a farlo. Ad esempio, utilizzerà un processore IBM realizzato nel 2002 nel veicolo spaziale di prossima generazione Orion, quello che, secondo i piani della NASA, porterà astronauti in carne ed ossa su Marte.

La CPU di New Horizons è però leggermente differente rispetto a quella della PlayStation perché è stata ottimizzata per resistere all’alta radioattività che si riscontra nello spazio. Ma, al di là di questo aspetto, si tratta della medesima CPU della prima PlayStation.

New Horizons si muove attualmente a una velocità di 36 mila miglia all’ora circa e il suo arrivo è previsto per il prossimo 14 luglio. È destinata ad esplorare Plutone e le sue lune, per poi spostarsi nella Fascia di Kuiper, la massiccia cintura di asteroidi che si trova ai confini del nostro Sistema Solare.


Fonti reperite in rete.

SPIATI DALLA TV ! -Space.


Ormai non c’è scampo, siamo sempre più controllati. E così ognuno acquista il privilegio di essere ascoltato…

La privacy è il diritto alla riservatezza della propria vita privata e di recente il tema della sicurezza informatica è in crescente rilievo. In particolar modo l’utilizzo di Internet, se effettuato in maniera sbagliata, può aprire indirettamente una “scorciatoia” per i malintenzionati che possono usufruire liberamente delle nostre informazioni, anche quelle più riservate. Questo probabilmente già lo sappiamo, ma quello che invece non sappiamo o ignoriamo è qualcosa di grave che potrebbe “minare” la nostra intimità casalinga.

Purtroppo la nostra vita, speriamo non quella di tutti, si basa sul consumismo più sfrenato. Siamo costantemente alla ricerca del prodotto più trend ed alla moda e siamo pronti a spendere tutti i nostri risparmi per acquisire un qualcosa che in fondo sostituisce le mancanze che abbiamo nella vita “reale”.

Lo sapevate che quando andate a comprare un televisore di ultima generazione, state pagando un prodotto che registrerà le vostre conversazioni più private, che probabilmente verranno condivise con altre persone?
Purtroppo quando compriamo qualcosa siamo così presi dal bene materiale che non badiamo assolutamente alle avvertenze che ci sono sui foglietti illustrativi.

È proprio un mondo alla rovescia. Tu pensi di startene seduto sul divano a contemplare quei puntini luminosi, proiezione di una realtà più o meno reale dall’altra parte dello schermo. E invece sono “loro” a guardare te. Ti osservano, conoscono i tuoi gusti e le tue abitudini. Attraverso la telecamera potrebbero addirittura vedere cosa fai, chi hai vicino, di cosa parli. Le nuove tecnologie, non si sa bene se per difetto progettuale o di proposito, prevedono la possibilità di farsi spiare, con modalità simili a quella praticabili da qualsiasi buon hacker sul web. Ormai c’è la certezza che non si tratta più del solito allarmismo che corre sulla rete.

Altroconsumo ha raccolto la segnalazione informale e ha provato vederci chiaro, verificando l’esistenza di un sistema di “spionaggio” su una Smart TV a marchio LG. Ma non è la marca che conta, l’associazione di consumatori non  esclude che il problema si verifichi in altri apparecchi. LG ha annunciato di aver risolto il problema, come fece Samsung alcuni mesi fa, ma la manipolabilità tecnica permane. Nel 2012, sono stati venduti 67 milioni di esemplari di smart tv, un mercato destinato a raggiungere gli 85 milioni di pezzi entro la fine di quest’anno. Presto ce l’avremo tutti la tv con il touch screen e l’universo di internet a portata di mano, dobbiamo farci i conti.

Questa intrusione intollerabile viene favorita dall’universo digitale e rappresenta la fine di un’era. Quella della passività, dei sistemi verticali, degli intermediari. Ormai siamo tutti cittadini attivi, diciamo sempre qualcosa, dal volgare chiacchiericcio di Facebook, ai sussulti digestivi in poltrona. Nel momento in cui ci colleghiamo, al telefono, sul web o in tv, sappiamo che ci troviamo in mezzo a una piazza dalle proporzioni ben più grande del crocicchio di paese.

Saremo tutti spiati, inevitabilmente. Chi rivendica il diritto alla privacy ormai fa solo ridere. La domanda semmai non è se siamo spiati, ma da chi, e per quale motivo. Per indovinare i gusti, vendere prodotti, creare consenso? Anche questo resta un mistero. Nella finta democrazia del web c’è ancora spazio e intelligenza per queste domande? In tutta onestà credo che dovremmo occuparci presto di cose ben più serie come alluvioni, povertà, crisi energetica.
Chi ancora si gingilla con lo spionaggio e con la storia della privacy sta solo perdendo tempo.
La morale di questa storia è una conferma: non si può non comunicare o evitare di entrare in relazione.


Fonti reperite in rete.

OBSOLESCENZA PROGRAMMATA. -Space.

L’obsolescenza programmata o pianificata (in inglese: planned o built-in obsolescence) in economia industriale è una politica volta a definire il ciclo vitale (la durata) di un prodotto in modo da renderne la vita utile limitata a un periodo prefissato. Il prodotto diventa così inservibile dopo un certo tempo, oppure semplicemente “fuori moda”, in modo da giustificare l’entrata nel mercato di un modello nuovo.

Obsolescenza programmata 1

L’errore più grande è affezionarsi troppo. Non importa quanto sia bello, intelligente, prestante. Il momento di dirsi addio arriverà.
Arriverà troppo presto, in modo traumatico e inatteso, senza il tempo di salutare come si deve. Non ci sarà niente da fare per recuperare il rapporto.
E la scelta sarà obbligata: sostituirlo con un altro. È la storia, ricorrente, di ogni amore tecnologico. Quello con uno smartphone, un tablet, un televisore, una lavatrice, una stampante e via dicendo. Idilli spezzati da qualcosa che si rompe. Di solito, un connettore, un filtro, la batteria, il display.
Colpa del normale ciclo di vita dei dispositivi elettronici?
Secondo qualcuno no: c’è qualcosa di più. C’è a monte la volontà dei produttori di farli durare poco: è la teoria della cosiddetta obsolescenza programmata.

Mito o realtà?

Sul tema si discute ormai da tempo, con in prima linea il “guru” della decrescita felice, Serge Latouche ( economista e filosofo francese). Diciamolo subito: la pistola fumante non è mai stata trovata. Non ci sono prove che i produttori facciano oggetti destinati a lasciarci in fretta.
Dall’altro lato c’è l’esperienza di tutti noi, che racconta di aggeggi che passano indenni il periodo di garanzia e molto spesso vivono una sorta di crisi del terzo anno: proprio appena è finita la copertura del produttore – e magari mentre esce una nuova versione – le prestazioni calano, la batteria crolla, inizia a verificarsi qualche guasto.
«Negli anni ’30 e con le prime lampadine a incandescenza, ci fu davvero un cartello tra produttori, per limitare la durata a 1000 ore. Ma da allora l’obsolescenza programmata non è stata più provata», dice Andrea Bondi, ingegnere e manager dell’area energia di Trento RISE.
«Certo, è plausibile che i produttori scelgano materiali e tecnologie non eterne. Per loro è un equilibrio delicato: da una parte la necessità di fare prodotti affidabili, dall’altra il bisogno di stimolare all’acquisto delle nuove versioni».

Obsolescenza_programmata 2

La proposta: punire i colpevoli

Il problema esiste e sul tema inizia a muoversi anche la politica. In Italia, a ottobre 2013, fu il parlamentare di Sinistra Ecologia Libertà Luigi Lacquaniti a presentare la prima proposta di legge “per contrastare il fenomeno dell’obsolescenza programmata”.

In Francia, poche settimane fa, tre deputati ecologisti – Eric Alauzet, Denis Baupin e Cécile Duflot – hanno proposto di punire con pene fino a due anni di reclusione chi metta sul mercato prodotti fatti per durare poco.

Ma il guaio resta quello di partenza: almeno per il momento, è impossibile dimostrare che ci sia un intento e un disegno pro-obsolescenza nella progettazione dei nuovi prodotti.

Colpa delle superprestazioni e dei processori sempre più micro

Una delle chiavi del problema, forse la principale, è in profondità dentro smartphone, tablet e affini. È nei semiconduttori usati per produrne i circuiti e nell’architettura fisica di questi dispositivi.

Continua Bondi: «Viviamo in un mondo in cui la legge di Moore è ancora validissima e ogni 18 mesi la complessità e la potenza dei microcircuiti raddoppia. L’architettura hardware dei microprocessori attuali è ormai su grandezze di micrometri, millesimi di millimetri. E arriveremo presto ai nanometri, milionesimi di millimetri. Su queste dimensioni e con queste prestazioni, c’è poco da fare: la tecnologia consente e sopporta un certo numero di passaggi di corrente tra i circuiti, che con il tempo diventano soggetti a guasti.
Insomma, la tecnologia è spinta a livelli tali che è difficile trovare l’equilibrio tra potenza ed estetica da un lato e durata ed affidabilità dall’altro. Se usassimo le valvole di un tempo, beh avremmo bisogno di un intero quartiere per fare quello che oggi consente uno smartphone».

L’obsolescenza psicologica e i software “self-adaptive”

La questione ha però un altro versante, più sociale. La scadenza di uno smartphone, di un televisore, di una fotocamera non è solo fisica. È anche legata ai messaggi pubblicitari, alle nuove funzioni, ai modelli sempre più nuovi e desiderabili che escono. È quella che Latouche ha definito e criticato come obsolescenza psicologica.

«Ed è qualcosa che succede molto anche a livello software: è l’utente a cambiare via via il suo profilo d’uso di uno strumento tecnologico e ad alzare le aspettative che lo riguardano», spiega Antonia Bertolino, ricercatrice del Cnr all’Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione di Pisa.

«Nel software – prosegue – l’obsolescenza è legata anche a un secondo fattore: il contesto tecnologico, che cambia sempre più in fretta. Un mondo fatto di protocolli di connettività, interfacce, reti tra strumenti diversi che devono dialogare tra loro. Per questo oggi si discute e si lavora molto sulle tecnologie “self-adaptive”, sistemi dinamici e aperti che siano in grado di adattarsi da soli ai cambiamenti del contesto, capaci di auto-aggiornarsi su più livelli».

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Scansione Impronte: quanta privacy ci costano i nostri giocattoli tecnologici? – Nis

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Gli ultimi modelli di smartphone includono nuove tecnologie che definire rischiose per gli utenti, è un eufemismo.
Oltre agli ormai noti chip GPS per la geo-localizzazione – cui gli utenti sono indotti a concedere l’assenso per fruire di alcune funzioni – ed ai chip NFC – per mezzo dei quali è possibile usare il telefono come carta di credito,   ora contengono un sensore per la scansione delle impronte digitali, che secondo le case produttrici servirebbe a “fare acquisti in maniera più veloce, e a sbloccare il dispositivo.
In poche parole, si  rinuncia alla riservatezza delle proprie impronte digitali per lo sfizio di sfruttare  con i propri dispositivi due funzioni già espletate egregiamente da un decennio senza l’ausilio delle impronte digitali.
Si tratta di un vero e proprio Eldorado per il Grande Fratello, un tempo autorizzato alla raccolta delle impronte digitali solo durante le visite per il servizio militare ed a seguito dell’arresto dei cittadini. Dopo avere prestato il consenso a cuor leggero al trattamento dei propri dati in materia di abitudini di consumo, orientamento politico e religioso, interessi, navigazione web, spostaim1menti geografici, contatti e amicizie, ora milioni di utenti stanno deliberatamente auto-schedando i propri dati biometrici senza nemmeno l’ombra di una buona ragione a titolo di contropartita.
Ovviamente i produttori dei dispositivi assicurano che le scansioni delle impronte digitali saranno archiviate localmente solo sui dispositivi in possesso degli utenti, tuttavia alla luce delle rivelazioni di Edward Snowden sul famigerato programma Prism della NSA, non si può che dubitare di tali affermazioni.
Di solito gli utenti giustificano la scelta di rinunciare alla propria privacy con l’argomento del ‘non avere nulla da nascondere’.
Prima obiezione possibile:

“Se non ci da fastidio che qualcuno da qualche parte ci osservi a piacimento, ascoltando le nostre conversazioni e monitorando i nostri movimenti, stiamo ammettendo di essere degli schiavi ubbidienti. La sorveglianza invisibile è una forma assai insidiosa di controllo del pensiero, e quando utilizziamo la logica del ‘non ho nulla da nascondere quindi ben venga la sorveglianza’ stiamo implicitamente ammettendo la nostra sottomissione ad un padrone e la nostra rinuncia alla sovranità della nostra mente e del nostro corpo.”

Seconda obiezione possibile:
“Chi decide di auto-schedare le proprie impronte corre un rischio oggettivo.  Infatti le case produttrici riconoscono che le impronte digitali potranno essere utilizzate per identificarsi prima di acquistare le app presso gli store online, in remoto, elemento che conferma che le impronte saranno catalogate al’interno di banche dati remote; altrimenti non sarebbe possibile effettuare il raffronto all’atto degli acquisti.”
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Il punto da tenere in considerazione, è che tali banche dati potrebbero essere violate tramite hackeraggio, elemento che rappresenta un rischio per gli utilizzatori, dal momento che una volta in possesso delle impronte digitali di un ignaro utente, grazie alle tecnologie di stampa 3D non sarebbe complicato riprodurle in formato tridimensionale ed utilizzarle per disseminare falsi indizi all’interno di una qualsiasi ‘scena del crimine.’
Secondo uno specialista di sicurezza di CNET:

“Sono sicuro che qualcuno in possesso di una buona copia di un’impronta digitale e una decente capacità di ingegneria dei materiali, o anche solo di una stampante di buon livello – sarebbe in grado di farlo. (…) Se il sistema è centralizzato, ci sarà un ampio database di informazioni biometriche che sarà vulnerabile alle violazioni da parte degli hacker.”im3

Non sarà forse il momento di fermarsi a riflettere su quanto potrebbero costarci i nostri nuovi, apparentemente innocui giocattoloni digitali?
fonti:
https://edwardsnowden.com/
http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=3242&biografia=Edward+Snowden
http://www.anticorpi.info/

Condannato a 25 anni per Swatting.(Aggiornamento)

🙂 -Space.

Il Tribunale della Louisiana ha condannato Paul Horner, che è solo quindicenne, a 25 anni con l’accusa di terrorismo interno. Horner è la prima persona nella storia ad essere accusata per quello che sta diventando famoso con il nome di “Swatting”, ovvero per aver provocato per scherzo l’intervento degli Swat a casa di un giocatore particolarmente dedito al gioco online.
I pubblici ministeri hanno dimostrato che Horner ha più volte richiesto l’intervento degli Swat contro un rivale nel gioco online, riuscendo alla fine a provocare l’irruzione.
Swatting è stato recentemente portato all’attenzione pubblica dal video The Creatures (Kootra) got SWAT Raided (SWATTED) #FreeKootra2014, in cui gli Swat sono stati ripresi dalla web cam del giocatore coinvolto.
Secondo le forze dell’ordine, questa pratica, che è diventata sempre più frequente a partire dal 2013, porta a uno spreco di risorse preziose e mette a serio rischio l’incolumità di persone innocenti. Secondo gli avvocati, Horner, che usa il gamertag BadAssDwg69, ha perso il controllo dopo essere stato più volte sconfitto da un rivale a Battlefield 4.
Ha così ottenuto le informazioni sulla posizione del giocatore, il suo IP e il suo indirizzo di residenza, e con questi dati ha chiamato la polizia, segnalando una situazione di pericolo con ostaggi. La squadra Swat ha fatto effettivamente irruzione nella casa sparando e ferendo il padre del giocatore. In seguito alle indagini, Horner è stato processato come adulto sulla base delle leggi anti-terrorismo introdotte dal Patriot Act del 2001.
“Ho appena ucciso quattro persone.  Se qualche membro della polizia entra a casa mia sparerò anche a lui”, dice Horner nella telefonata alla polizia secondo i documenti processuali. “Le azioni di Horner sono il male puro, sono una grave minaccia per la società e devono essere perseguite nella misura massima consentita dalla legge”, ha detto l’avvocato dell’accusa durante l’arringa finale. “L’ignoranza delle conseguenze non assolve nessuno”, ha aggiunto il Giudice nei confronti di un Horner che è scoppiato in lacrime dopo la lettura della sentenza. “Pensare che le tue azioni fossero uno scherzo non le rende uno scherzo”.
Le incursioni delle squadre Swat sono il tipo di operazione più aggressivo a disposizione delle forze dell’ordine americane. Il 19 dicembre dello scorso anno, nei pressi di Somerville, Texas, un membro della squadra Swat è stato ucciso durante un’azione senza preavviso. Si trattava del vice-sceriffo Adam Sowders, di 31 anni.

(AGGIORNAMENTO):
Secondo quanto segnalato da alcuni utenti su Reddit ,la notizia sarebbe falsa. National Report, il sito che ha per primo riportato la notizia, è un sito satirico che spesso riporta deliberatamente notizie false. Anche la foto, che riprenderebbe il presunto Paul Horner, riguarderebbe piuttosto un altro condannato, Dylan Schumaker.

 

Fonti:

http://www.gamemag.it/news/condannato-a-25-anni-per-swatting_53802.html

La mappa di tutti i dispositivi connessi ad internet del globo.-Space.

Globo internet

John Matherly ha eseguito un ping a tutti i computer connessi ad internet, sviluppando una mappa che mostra la reale diffusione della tecnologia informatica nel mondo.

Semplificando, internet è un vasto gruppo di computer e dispositivi connessi fra di loro che condividono le stesse informazioni. Ma dove sono sparsi tutti questi dispositivi nel mondo?  Una domanda che sembra essersi posto John Matherly, ideatore di Shodan, che ha eseguito un ping a tutti i dispositivi collegati in rete.

La sua ricerca ha prodotto una mappa che mostra la diffusione della tecnologia a livello globale e che dipinge un quadro che dà particolare rilevanza agli obiettivi fissati dalle multinazionali del settore tecnologico: ovvero aumentare esponenzialmente la base d’utenza portando la madre di tutte le reti anche nelle aree in via di sviluppo.

Aree geografiche, queste ultime, che appaiono come lasciate fuori, o quasi, dalle più recenti tecnologie informatiche. L’immagine mostra che una stragrande maggioranza di dispositivi interconnessi si trova nelle nazioni sviluppate e nelle aree metropolitane, con una grossa prevalenza negli Stati Uniti e in Europa, e alcuni picchi in America Latina.

Le ricerche di Matherly sono state rese possibili dalle tecnologie sviluppate dalla società che ha creato, Shodan, che si auto-definisce come il “primo motore di ricerca per i dispositivi connessi ad internet”. L’obiettivo è quello di aiutare i produttori a intercettare i propri dispositivi e capire i modelli diffusi e da dove si collegano ad internet.

Nonostante ciò, risulta difficile capire se Matherly sia stato fattivamente in grado di eseguire un ping a tutti i dispositivi connessi, ma l’immagine è un chiaro indicatore dei luoghi del mondo in cui si trova la maggiore affluenza di personal computer, smartphone, tablet e qualsivoglia dispositivo elettronico connesso alla rete.

Fonte:

http://www.hwupgrade.it/