Clementina Forleo “La legge non è uguale per tutti” -Space.

“Servi legis sumus, ut liberi esse possumus” ( Siamo servi della legge, per poter essere liberi ):  grande come una casa, come un palazzo, come una montagna, Cicerone pone la frase che riassume il senso del diritto.

Legge

La legge è la base della comune e civile convivenza, così come il diritto è la civiltà di un popolo, il principio stesso dello Stato.

Abbiamo alle nostre spalle, in questo senso, una Tradizione ineguagliabile, che ci fa primi al mondo, dal diritto romano, a quello di Giustiniano, passando magari per Cesare Beccaria, il quale introdusse il concetto fondamentale di una pena legata al recupero del reo, non già in funzione di vendetta sociale, oltre ad esprimersi contro la pena di morte, già da tre secoli e mezzo, a oggi, quando ancora in molti continuano a praticare questa barbarie, Stati Uniti d’America in testa.

Ma a fronte di un passato glorioso, abbiamo davanti un presente pieno di dubbi, perplessità e inefficienze.

La giustizia penale italiana è sempre lenta e spesso contraddittoria.

Quella civile, intendiamoci, versa in condizioni anche peggiori, con tempi biblici e forzature di fatto, che minano profondamente la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e comunque non è detto che si tratti di elementi secondari, perché, tanto per fare un esempio, se uno non ottiene giustizia per una lite di condominio, poi magari è tentato dal farsela in pratica da sé con le maniere violente .

Viene sempre di più meno poi, oltre alla conclamata lunghezza, esasperante, dei procedimenti penali, in tutte le loro fasi, la certezza della pena.

In pratica, qualunque sia il reato di cui è accusato, o per cui viene condannato, chi è ricco e può permettersi buoni avvocati, magari campioni dello sfruttamento delle leggi e leggine che si sono accavallate e delle pieghe degli atti giudiziari, riesce ad evitare il carcere, o a soggiornarvi poco, mentre a chi è povero e non può permetterseli succede il contrario.

Intendiamoci. Sarebbe bello poter pensare alla sacralità della giustizia. Invece, la giustizia è fatta dagli uomini, che come tali sono imperfetti, fallaci e corruttibili.

Ma, difetti umani a parte e compresi, uno Stato di diritto serio e autorevole non tollera una giustizia ingiusta e diseguale. Assicura invece processi in tempi brevi e comunque accettabili. Condanna chi è colpevole dei reati, chiunque egli sia e qualunque sia il suo reddito, a una pena certa, che gli fa scontare, anche a tutela di tutti gli altri cittadini, in funzione rieducativa e gli dà poi la possibilità di ricominciare a testa alta. La legge è uguale per tutti, no?

No, in Italia finisce in carcere chi ruba  il latte al supermercato, magari per sfamarsi, mentre non ci va chi ruba miliardi di euro con Parmalat.

La tanto vituperata America, sia pur nelle patenti contraddizioni di una giustizia soffocata dal colore dei soldi, in carcere, o quanto meno a qualcosa del genere, riesce a mandare pure la modella che ha licenziato in malo modo la cameriera, oppure la cantante ricca e famosa che guidava ubriaca, il che comunque assume un valore simbolico.

L’Italia, no.

Ecco perché la riforma, la rinascita, la crescita, la modernizzazione dell’ Italia propria dalla giustizia, proprio dalle fondamenta dovrebbe cominciare.

Si tratta in primo luogo di far tesoro dei fallimenti dei tentativi che sono stati finora fatti di cambiare le cose, finendo in pratica, sostanzialmente, col peggiorarle. Poi, di sintetizzare, accorpare, semplificare le leggi esistenti. Stabilire le regole sicure e i tempi sicuri dei processi, dare certezze alla eventuale pena, assicurarne la funzione rieducativa.

Garantire ugualmente chi è accusato, fino a sentenza definitiva, anche assicurando l’eguaglianza fra accusa e difesa.

In Italia invece i processi durano anni e anni, magari fino a tal punto che poi alla fine non si capisce più nemmeno che cosa sia successo.

Oppure, fin dalle prime fasi, si fanno sui mass media, che hanno responsabilità enormi, in queste distorsioni e in queste decadenze, svilimenti addirittura, della giustizia.

In Italia non mancano le leggi. Sembra di rileggere Manzoni che nei “Promessi sposi” parla del Seicento sotto la dominazione spagnola:

Non già che mancassero leggi e pene contro le violenze private. Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati, e particolareggiati, con minuta prolissità; le pene, pazzamente esorbitanti e, se non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad arbitrio del legislatore stesso e di cento esecutori”.

Oppure quando descrive l’avvocato Azzeccagarbugli, che rivendica il diritto e il merito di strapazzarle a proprio piacimento, nel colloquio – gigantesco equivoco col povero Renzo:

All’ avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle”.

Certo e per fortuna non ci sono più gli Spagnoli! Ma ci sono sempre i ricchi e i potenti, che in Italia riescono a imporre sovente la propria legge al di sopra e spesso contro quella di tutti gli altri.

Ecco perché in Italia la legge non è uguale per tutti e sempre meno e sempre di meno ci sentiamo servi della legge e sempre meno e sempre di meno siamo liberi.

Abbiamo bisogno di una legge nuova, di una giustizia realmente giusta, e di nuovi magistrati, realmente liberi e indipendenti e per primi essi stessi perciò servi della legge e dello Stato.

Questo, in un contesto in cui sia ridotta al minimo la possibilità, o, a volte, la necessità di poter interpretare le leggi, una pratica che spesso in Italia è sfociata nell’arbitrio assoluto dei magistrati, fino a sentenze del tutto assurde, francamente incomprensibili, poi specialmente dalla gente normale, comune, e in comportamenti discordanti, dissimili, diametralmente opposti, per circostanze analoghe.

Un Magistrato, a differenza di un politico, non deve conoscere la mediazione e il compromesso. A meno che non voglia fare altro, a meno che non voglia venire meno ai suoi doveri costituzionali” .

Forleo

Clementina Forleo: “Rimarrò soggetta, come sempre, solo alla legge”.

Così Clementina Forleo ha risposto alle tante accuse piovutele addosso nell’estate 2007, quando, in qualità di giudice per le indagini preliminari, in merito alle situazioni di due estati prima, in cui il presidente di Unipol, Giovanni Consorte, cercava di entrare in possesso della Banca Nazionale del Lavoro, con metodi appunto oggetto di indagine penale, ha chiesto al Parlamento la necessaria autorizzazione a usare nell’indagine in corso le intercettazioni telefoniche di conversazioni degli indagati con politici di primo piano dei Democratici di sinistra, Piero Fassino e Massimo D’Alema in primo luogo.

Ma non è tanto questo…

Nella richiesta Clementina Forleo specifica che vuol indagare anche nei confronti dei politici intercettati, definiti “non passivi ricettori di informazioni pur penalmente rilevanti, né personaggi animati da sana tifoseria per opposte forze in campo, ma consapevoli complici di un disegno criminoso di ampia portata in una logica manipolazione e lottizzazione del sistema bancario e finanziario nazionale”. Sostanzialmente: non simpatizzanti esterni, ma complici di reati.  

Com’era facilmente immaginabile, dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in giù, per una ragione o per l’altra in molti hanno dato addosso alla Forleo, accusandola fra l’altro di aver sconfinato dai propri poteri.

Ma il gip dell’inchiesta sulle “scalate bancarie” del 2005 si sente sicura di poter difendere gli atti con cui ha definito “complici consapevoli” anche i parlamentari non indagati (o non ancora) dalla Procura per almeno tre motivi.

Primo: è la stessa legge sull’immunità parlamentare a imporre al giudice di motivare perché ritiene penalmente rilevanti le intercettazioni delle telefonate tra i politici e gli indagati.

Secondo: il gip non è un passa – carte, ma un giudice delle indagini, per cui dà  indicazioni al pubblico ministero che sosterrà poi l’accusa al processo, come  modificare i reati, cambiare gli indagati, convalidare degli arresti; anzi, il codice gli consente addirittura di ordinare l’imputazione coatta, cioè di inquisire qualcuno che la Procura voleva assolvere.

Terzo: le norme sull’immunità assegnano al Parlamento il potere di concedere o di negare l’utilizzo delle intercettazioni di tutti gli indagati presenti o futuri, ma non prevede che scelga chi sia indagabile e con quali prove; infatti, nella fattispecie, la Procura di Milano aveva chiesto di poter usare le intercettazioni non solo contro gli indagati, ma anche per “altre persone” non ancora indagate proprio per mancanza di  prove.

In ogni caso, così Clementina Forleo balza prepotentemente agli onori delle cronache e diventa definitivamente un personaggio famoso.

Era già successo altre volte, ma per circostanze tutto sommato marginali e limitate.

Così come con le indagini sulla “scalata” alla Banca Nazionale del Lavoro ha fatto arrabbiare i politici prevalentemente di sinistra, aveva fatto arrabbiare anni prima quelli di destra mandando assolti alcuni islamici imputati di atti terroristici, definendoli “guerriglieri”: a Roberto Calderoli venne il voltastomaco; Maurizio Gasparri le consigliò di andare a fare la calza; Francesco Cossiga di darsi al tennis; e l’allora guardasigilli Maurizio Castelli le mandò gli ispettori in sede.

Uno di quei casi in cui l’interpretazione si avvicina alla discrezionalità, nello stesso modo in cui si allontana dal senso comune, dal sentire della gente normale.

Anche Mario Borghezio se l’era presa con lei, quando mesi prima era intervenuta a difesa di un clandestino extracomunitario sorpreso senza biglietto e malmenato dai poliziotti nella metropolitana di Milano proprio sotto i suoi occhi, mentre passava per caso da lì.

Tutti querelati. Tranne il parlamentare leghista Mario Borghezio, per il quale la Forleo ha spiegato, con ciò colpendolo definitivamente, in maniera letale: “Un  Borghezio non si querela

Fin dall’inizio della sua carriera di magistrato Clementina Forleo aveva preso decisioni importanti e per altri versi significative, comunque sempre molto chiacchierate, per quanto soltanto fra gli “addetti ai lavori” e di cui comunque è difficile venire a capo, perché per farlo, per comprenderle, per commentarle, bisognerebbe studiare compiutamente i singoli casi specifici cui sono direttamente collegate, ben complessi: la strage di piazza Fontana a Milano del 1969; il processo a Enzo Tortora e le accuse a lui rivolte da Gianni Melluso del 1983; insomma, come è impossibile fare in questa sede.

Ma, come detto, soltanto con le reazioni dei politici, già prima della richiesta al Parlamento dell’estate del 2007, il suo nome diventa comunque “importante”, perché associato alle polemiche riportate dalla cronaca con dovizia di particolari, in tutta evidenza.

Critiche cui aveva risposto sempre con fermezza e dignità.

Forleo2

“Sono un magistrato senza padroni e senza guinzaglio”

Già affermata e famosa dunque, per quanto in tono ridotto, anche prima della lunga e calda estate 2007 delle richieste al Parlamento, Clementina Forleo era apparsa per la prima volta in televisione, protagonista di un programma di interviste ai personaggi veri o presunti tali, più o meno famosi, sulla rete nazionale La 7, alla fine del 2006.

Fino ad allora, le uniche concessioni alle cronache mondane erano state fatte, a parte  quelle dovute al matrimonio di pochi mesi prima con un ingegnere suo conterraneo, per l’amicizia che la lega a Giulia Bongiorno, avvocato diventato famoso “per aver fatto assolvere” Giulio Andreotti ( molto ci sarebbe da eccepire in proposito, ma questa davvero è tutta un’altra storia ) prima, e poi per essere diventata deputato per volontà di Gianfranco Fini, senza nemmeno essere iscritta ad Alleanza nazionale.

Il programma è mediocre come chi lo conduce, senza verve e senza reale voglia, né  capacità, di capire e far capire: più che un’intervista di matrice giornalistica, è una passerella dorata per chi di volta in volta viene invitato e coccolato, non  certo analizzato e fatto parlare su questioni importanti, o significative.

E’ stato quindi un errore di Clementina Forleo andarci e prestarsi al gioco, di spettacolo, non di giornalismo, fra l’altro dopo aver rifiutato saggiamente e quanto mai opportunamente in precedenza una “comparsata” a “Porta a porta”.

Fra l’altro, era appunto per lei la prima volta… Si vede proprio che spesso la  prima volta lascia poi l’amaro in bocca.

Un peccato veniale, certo, di puro narcisismo, ma pur sempre errore: che almeno serva a farle capire quanto esibizioni del genere nuocciano non solo a lei personalmente, in autorevolezza e prestigio, ma pure in generale a questa nostra povera giustizia – spettacolo, in cui la legge non è più uguale per tutti, ma sorride sempre e soltanto al peso dei potenti, al colore dei soldi, e alle telecamere degli studi televisivi.  

Detto ciò, il documento è comunque prezioso per chi voglia capire qualcosa di lei.

Intendiamoci: di sostanziale, nel merito, di nuovo, non se ne ricava proprio niente.

Poi, in realtà in tv si parla con le immagini, non con le parole, che, a proposito, nella fattispecie qualche volta sono impacciate, se non sbagliate tout court, come quando si definisce “apolitica”…Apolitici non è possibile, sarebbe una contraddizione in terminis: caso mai, apartitica…

Clementina nasce nel 1963 e prende dai genitori il rigore morale, il gusto dell’impegno, il senso della responsabilità.

Prende la maturità con il massimo dei voti e con una menzione particolare che la segnala fra i migliori studenti d’Italia. Studia giurisprudenza a Bari, pensa di dedicarsi alla ricerca universitaria, ma non si trova a suo agio negli ambienti accademici, così, dopo la laurea, ottenuta naturalmente con il massimo dei voti, fa i concorsi per entrare sia in polizia e sia in magistratura.

Vince il primo e per alcuni mesi fa la poliziotta, impegnata in compiti di ordine pubblico, quando, dopo un iter burocratico più lungo, le arriva la notizia di aver vinto anche il secondo. Così diventa giudice e va a lavorare a Milano, dove le inchieste di cui si occupa la fanno diventare famosa e le permettono di farsi un’idea precisa, lucida, determinata, della giustizia, di come è e di come dovrebbe essere.

Se un pentito inguaia un terrorista islamico è credibile. Se parla di imputati eccellenti, Previti, Andreotti, bisogna cercare mille riscontri. Da magistrato lo dico ad alta voce: la legge non è uguale per tutti”.

A magistrati come Clementina Forleo è affidata la speranza che invece possa esserlo.

Negli ultimi mesi del 2007, però, assistiamo ad una vera e propria deriva mass – mediologica del personaggio.

In parte cercata, se non altro con i primi passi, voluti e decisi, verso una presenza chiaramente ostentata, che non ha saputo poi fermarsi quando era il caso di farlo, in balia delle correnti esponenziali, fino a vere e proprie “comparsate” televisive; in parte subita, quando gli eventi di per sé esponevano al chiacchiericcio, più spesso che informazione, dei mass – media.

Difficile, se non impossibile, districarsi poi, nell’ oggettività di merito, senza poter analizzare i fatti nella loro sostanza e soltanto sulla base degli accenni confusamente riferiti dai giornali, negli eventi in cui Clementina Forleo viene coinvolta: il deferimento al Consiglio Superiore della Magistratura, che avvia una procedura di trasferimento; le sue accuse di ingerenze politiche e giudiziarie ordite contro di lei, con riferimenti pesantissimi, a politici e magistrati, oltre che a motivi e personaggi istituzionali.

Un guazzabuglio pressoché inestricabile, di fronte al quale lo storico e pure il giornalista, senza carte, senza documenti, senza testimoni, deve arrendersi e sospendere le valutazioni di merito.

A margine, ad appannare ulteriormente l’immagine di una Clementina Forleo sola in trincea nelle sopravvenute difficoltà,  la “vecchia” storia degli imputati islamici di terrorismo internazionale mandati da lei assolti, in quanto ritenuti “guerriglieri” e non “terroristi”: dopo due assoluzioni e un annullamento, la Corte d’Appello di Milano, chiamata nuovamente a pronunciarsi, dopo che la Cassazione aveva annullato il precedente provvedimento della stessa Corte d’Appello, li considera colpevoli e li condanna.

Nella sua requisitoria, nettissima la valutazione del sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale: “La sentenza di primo grado guarda con benevolenza agli imputati, che qualifica ‘guerriglieri’, quasi identificandoli come soldati di guerre di liberazione del proprio Paese oppresso. Ma gli atti parlano di attentati in Italia contro una caserma dei Carabinieri di Napoli, contro la metropolitana milanese e il Duomo di Cremona. Dove sono le guerre di liberazione? Da chi?”.

Intanto, a fine luglio 2008, Clementina Forleo viene trasferita da Milano, in seguito alle vicende e alle polemiche giudiziarie che la hanno vista protagonista negli ultimi mesi, su decisione dell’organo di auto – governo della magistratura, il consiglio superiore della magistratura.

Fonti: http://www.giuseppepuppo.it/

Notizie recenti: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=51203

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