Il Duce.-Patty.

Riaffiora dal passato… Mussolini.

Benito-MussoliniBenito Amilcare Andrea Mussolini uomo politico, giornalista e dittatore italiano.Figlio del fabbro Alessandro Mussolini e della maestra elementare Rosa Maltoni , nacque il 29 luglio 1883 a Dovia, una frazione del comune di Predappio, in una casa che esiste ancora nell’attuale via Varano Costa.emilia-romagna_4kahu.T0
Il nome “Benito Amilcare Andrea” fu deciso dal padre,un socialista, desideroso di rendere omaggio alla memoria di Benito Juárez, leader rivoluzionario ed ex-presidente del Messico, di Amilcare Cipriani, patriota italiano e socialista, e di Andrea Costa, imolese, leader del socialismo italiano che nell’agosto 1881 fondò a Rimini il Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna ..
Benito Mussolini ha dominato la storia italiana per oltre un ventennio, dal 1922 al 1945. Divenuto, negli anni del suo potere, una delle figure centrali della politica europea e anche mondiale, ha incarnato con Stalin e Hitler il tipo del dittatore moderno. Il movimento da lui fondato, il fascismo, da italiano diventò un fenomeno internazionale, a cui è stata assimilata genericamente una serie di regimi autoritari e dittatoriali antidemocratici e antimarxisti, tra i quali il nazismo .

Mussolini era una figura emergente nell’ambito del neoformato Partito nazionale fascista, poco dopo la “marcia su Roma” venne incaricato dal re della formazione del governo, instaurando nel giro di pochi anni un regime dittatoriale. In politica internazionale affrontò l’esperienza coloniale in Etiopia, si fece coinvolgere dai buoni rapporti con la Germania di Hitler nella persecuzione degli Ebrei, fino poi alla partecipazione al conflitto mondiale. I pessimi risultati bellici portarono il Gran Consiglio a votare la mozione Grandi presentata contro di lui . Liberato dai Tedeschi, Mussolini si pose a capo, nell’Italia occupata dai nazisti, della Repubblica sociale italiana, che operò agli ordini dei nazisti impegnandosi nella repressione della resistenza dei partigiani. Fu arrestato a Dongo dai partigiani nei giorni della Liberazione mentre tentava la fuga in Svizzera, travestito da soldato tedesco, fu giustiziato a Giulino di Mezzegra il 28 aprile 1945. Il suo corpo venne esposto a piazzale Loreto, a Milano, nel luogo dove erano stati ammazzati diversi partigiani.

Cosa fece per L’ Italia?

tratto da ” Il Palazzo e la piazza. Crisi, consenso e protesta da Mussolini a Beppe Grillo” di Bruno Vespa.

 

Il Duce spesso amava ripetere ; “Nei primi dieci anni del mio governo­ si è speso in opere pubbliche più di quanto abbiano speso i governi li­berali nei primi sessant’anni dal­l’Unità d’Italia”. Il bilancio della polizia, altra po­sta strategica del regime, fu decur­tato del 30 per cento, come quello della Giustizia, mentre gli stanzia­menti per le Colonie furono ridot­ti quasi del 50 per cento.
Non tagliò la Pubblica istruzione , la scuola era uno dei settori sui quali Mussolini puntava mag­giormente ricordiamo lo slogan “Libro e moschet­to”, l’istruzione non fu mai veramente fascistiz­zata , perché tra gli stessi in­segnanti fascisti erano pochi quelli che accettavano di svuotare la scuola della sua funzione culturale appiatten­dosi completamente sulle esi­genze del regime. Furono ridotti del 20 per cento anche i servizi fi­nanziari, malgrado i robusti inter­venti per salvare banche e impre­se. Nella prima metà degli anni Trenta il bilancio dello Stato oscil­lò tra i 19 e i 21 miliardi di lire. Nel­l’esercizio finanziario 1930-31 il disavanzo fu limitato al 2,5 per cento, dall’anno successivo passò via via dal 20 al 35, per ridi­scendere al 10 nel biennio 1934-35 .
Per farvi fronte, non volendo ri­nunciare alla parità aurea nono­stante la svalutazione del dollaro e della sterli­na, Mussolini fu costretto in cin­que anni a di­mezzare le ri­serve d’oro della Banca d’Italia. Gli inasprimenti fiscali raggiun­sero il picco nel 1934 con l’aggravio delle imposte sugli scambi e sulle successioni. Fu lì che il Du­ce disse basta, con una frase che suonerebbe ancor oggi di notevo­le buonsenso:

“La pres­sione fiscale è giunta al suo limite estremo e biso­gna la­sciare per un po’ di tempo as­solutamente tranquillo il contri­buente italiano e, se sarà possibi­le, bisognerà alleggerirlo, per­ché non ce lo troviamo schiacciato e defunto sotto il pesante far­dello !”.

La diffusione delle biciclette e delle tramvie ex­traurbane aveva favorito il pendola­rismo tra campagna e città, cosicché si for­mò una potenziale nuova classe lavoratrice che i sindaca­ti cercarono di arginare, difenden­do gli operai urbani. I sindacati fa­scisti chiesero la riduzione del­l’orario lavorativo settimanale a 40 ore a parità di salario: l’Italia fu il primo paese al mondo a intro­durre tale misura fin dal 1934, una scelta così avanzata che è ancora in vigore quasi ottant’anni dopo.

Nel 1933 il regime modificò radi­calmente il sistema assicurativo pubblico creando l’Istituto nazio­na­le fascista della previdenza so­ciale (Infps), dotato di gestione autonoma. Prima della fine del decennio, furono appron­tati diversi ammortizzatori sociali,come l’assicurazio­ne contro la disoccupazio­ne, gli assegni familiari e le integrazioni salariali per i lavoratori sospesi o a ora­rio ridotto. Per compensare i sacri­fici chiesti ai lavoratori e alle loro famiglie con le riduzioni salariali, il regime predispose una serie di servizi sociali e di possibilità ricre­ative, sportive, culturali, sanita­rie, individuali e collettive, sino al­lora sconosciute o quasi in Italia e che influenzarono largamente il loro atteggiamento verso il fasci­smo e soprattutto quello dei giova­ni che più ne usufruirono.
In un paese ancora povero, in cui pochissimi bambini potevano permettersi le vacanze al mare, fu provvidenziale l’istituzione delle colonie estive, i cui ospiti passaro­no da 150mila nel 1930 a 475mila nel 1934. Nel 1926, un anno dopo la sua costituzione, l’Opera nazio­nale dopolavoro contava 280mila iscritti, che un decennio più tardi erano saliti a 2 milioni 780mila, per raggiungere i 5 milioni alla vigi­lia della seconda guerra mondia­le: quasi il 20 per cento dell’intera popolazione italiana.

Agli adulti la tessera del dopolavoro dava dirit­to a forti sconti su ogni tipo di sva­go: dai cinema ai teatri, dai viaggi alle balere, dagli abbonamenti ai giornali alle partite di calcio. Tut­ti, iscritti e non, avevano diritto ­se bisognosi alla refezione scola­stica, a libri e quaderni gratuiti,al­l’accesso a colonie marine, ai cam­peggi estivi e invernali, all’assi­stenza nei centri antitubercolari.

Rexford Tugwell, l’uomo più di sinistra dell’amministrazione americana, pur collocandosi ideo­logicamente agli antipodi del fa­scismo, riconosceva che il regime stava ricostruendo l’Italia mate­rialmente e in modo sistematico.

“Mussolini ha senza dubbio gli stes­si oppositori di Roosevelt, ma con­trolla la stampa e così costoro non possono strillare le loro fandonie tutti i giorni. Governa un paese compatto e disciplinato, anche se con risorse insufficienti. Almeno in superficie, sembra aver com­piuto un enorme progresso. Il fa­scismo è la macchina sociale più scorrevole e netta, la più efficiente che io abbia mai visto e ne sono invidioso “.

La morte.
Anche per Mussolini la sua morte ha varie versioni….

I tre esecutori diedero versioni differenti sulla morte di Mussolini e di Clara Petacci, però tutti e tre concordarono sulla modalità con cui l’esecuzione fu eseguita. Diciamo che la loro testomonianza è quella ufficiale.

 Moretti armato di mitra francese MAS, calibro 7,65 lungo, Lampredi armato di pistola Beretta modello 1934, calibro 9 mm. L’arma di Walter Audisio, un mitra Thompson, sarà successivamente riconsegnata al commissario politico della divisione partigiana dell’Oltrepò, Alberto Maria Cavallotti, senza essere stata utilizzata.

Le varie versioni dei fatti, fornite o riferite da Walter Audisio, pur differendo su particolari minori, descrivono la stessa meccanica dell’evento. L’ultima descrizione degli stessi, pubblicata postuma, a cura della moglie di Audisio, è sostanzialmente confermata dal memoriale di Aldo Lampredi, consegnato nel 1972 e pubblicato su L’Unità nel 1996.

Giunti a casa De Maria,  sollecitano Mussolini, trovato stanco e dimesso, e la Petacci a lasciare rapidamente l’abitazione. In strada i prigionieri sono fatti sedere nei sedili posteriori della vettura e vengono accompagnati nel luogo precedentemente scelto per l’esecuzione poco distante si tratta di un angusto vialetto, via XXIV Maggio a Giulino, in posizione assai riparata davanti a Villa Belmonte. Qui i due sono obbligati a scendere.

Moretti e Lampredi sono inviati a bloccare la strada nelle due direzioni, mentre a Mussolini viene fatto cenno di dirigersi verso il cancello. Sembra smarrito, Claretta piange. Audisio sospinge Mussolini verso l’inferriata e pronuncia la sentenza:

“Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano” e, rivolgendosi a Claretta che si aggrappava all’amante: “Togliti di lì se non vuoi morire anche tu”. Tenta di procedere nell’esecuzione ma il suo mitra si inceppa; Lampredi si avvicina, estrae la sua pistola, ma anche da questa il colpo non parte, chiama allora Moretti che, di corsa, gli porta il suo mitra. Con tale arma il “colonnello Walter ” scarica una raffica mortale di cinque colpi sull’ex capo del fascismo. La Petacci, postasi improvvisamente sulla traiettoria del mitra, è colpita ed uccisa per errore. Viene poi inferto un colpo di grazia al cuore di Mussolini con la pistola.dittatori-morti-mussolini_650x435
Sul luogo dell’esecuzione furono poi rinvenuti proiettili calibro 7,65, compatibili con quelli del mitra francese del Moretti.
Sono le ore 16.10 del giorno 28 aprile 1945.

L’edizione locale dell’Unità, il giorno seguente, riporta il fatto con questo titolo a tutta pagina:
“Mussolini e i suoi accoliti giustiziati dai patrioti nel nome del popolo”; mentre l’edizione nazionale del 1º maggio riporta in prima pagina un’intervista col partigiano di cui non viene fatto il nome che “ha giustiziato il Duce”, intitolata:
“Da una distanza di 3 passi sparai 5 colpi a Mussolini”.
In piazzale Loreto furono portati diciotto cadaveri: Benito Mussolini, Clara Petacci e i sedici giustiziati a Dongo.

Verso le 7 del mattino, mentre i partigiani lasciati di guardia alle salme ancora dormivano, i primi passanti si accorsero dei cadaveri. Complice un passaparola che in poco tempo attraversò tutta Milano, la piazza si riempì velocemente. Non era stata prevista alcuna misura di contenimento: nella calca le prime file di folla vennero spinte verso i cadaveri, calpestandoli e sfigurandoli. Molti insultavano, dileggiavano, sputavano e prendevano a calci i cadaveri. Una donna sparò al cadavere di Mussolini cinque colpi di pistola per vendicare i propri cinque figli morti in guerra. Mentre sui cadaveri venivano gettati ortaggi, a Mussolini per dileggio venne messo in mano un gagliardetto fascista. Qualcuno orinò sul cadavere della Petacci. Alle 11 la situazione non era più governabile neanche con scariche di mitra. Una squadra di Vigili del Fuoco giunta con un’autobotte lavò abbondantemente i cadaveri imbrattati di sangue, sputi, orina e ortaggi.

A quel punto gli stessi pompieri trassero via dal centro della piazza i sette cadaveri più noti, issandoli per i piedi alla pensilina del distributore di carburante che si trovava all’angolo fra la piazza e corso Buenos Aires e lasciandoli lì appesi a testa in giù.Cadaveri_piazzale_Loreto Si trattava dei corpi di Mussolini, di Claretta Petacci di Alessandro Pavolini, di Paolo Zerbino, di Ferdinando Mezzasoma, di Marcello Petacci e di Francesco Maria Barracu il cui cadavere però cadde subito a terra e verrà sostituito con quello di Achille Starace.

Arrivarono sul luogo anche numerosi fotografi e nel corso della mattinata arrivò anche una pattuglia di soldati americani assieme ad una troupe di cineoperatori militari che filmò la scena. Le numerose fotografie scattate in quelle ore animarono, nei giorni seguenti, un fiorente mercato venendo vendute come un ricercato “souvenir di un momento vissuto”, bloccato dopo due settimane dal nuovo prefetto cittadino che ordinò l’immediato sequestro delle fotografie dalle cartolerie e la loro rimozione da ogni luogo pubblico.

Verso mezzogiorno, con una camionetta, viene condotto sul luogo anche Achille Starace, ex segretario generale del Partito nazionale fascista, arrestato per le vie di Milano in zona ticinese, giudicato in un’aula del vicino Politecnico e fucilato da un plotone improvvisato di partigiani alla schiena, sul marciapiede a lato del distributore ove erano stati appesi gli altri cadaveri.

Nel primo pomeriggio una squadra di partigiani del distaccamento “Canevari” della brigata “Crespi”, su ordine del comando, entrò in piazza e rimosse i corpi trasportandoli nel vicino obitorio di piazzale Gorini.

In serata, il CLNAI riunito emanava una comunicato con il quale si assumeva la responsabilità dell’esecuzione di Mussolini quale conclusione necessaria di una lotta insurrezionale. La massima istituzione resistenziale affermava la volontà di rompere con il fascismo, segnando la fine di un periodo storico di vergogne e di delitti ed inaugurando l’avvento di una nuova Italia, fondata sull’alleanza delle forze che avevano preso parte alla lotta contro la dittatura.

La scena sarà così descritta dal poeta Ezra Pound, sostenitore del fascismo, in una sua lirica:

« L’enorme tragedia del sogno sulle spalle curve del/ contadino/ Manes! Manes fu conciato e impagliato / Così Ben e la Clara a Milano / per i calcagni a Milano / Che i vermi mangiassero il torello morto »

 
La salma di Mussolini fu seppellita in forma anonima nel cimitero Maggiore di Milano, il 5 agosto 1945, presso il “Campo 10”, successivamente al “Campo 14”, tomba numero 7.
Il tumulo aveva il numero 384 e sebbene non vi fosse stato apposto alcun nome, proprio per evitare di far identificare il cadavere, ben presto la gente individuò il posto, che divenne meta di molti curiosi e di qualche commosso nostalgico.

Nella notte tra il 22 aprile e il 23 aprile 1946, all’approssimarsi del primo anniversario della sua morte, tre fascisti, Mauro Rana, Antonio Parozzi e Domenico Leccisi, trafugarono la salma. In due lettere all’Avanti! e all’Unità il gruppo comunicò che il partito fascista, non avendo ottenuto risposta alle richieste di una sepoltura di Mussolini, aveva deciso di prendere in custodia la salma.
Il 7 maggio, dopo varie peripezie, i trafugatori decisero di consegnarla ai frati minori dell’Angelicum di Milano nelle mani dei padri Alberto Parini ed Enrico Zucca.

La salma rimase nascosta nel convento per un po’, e trasferita tra maggio e luglio presso la Certosa di Pavia.
Il 30 agosto 1957, la salma di Mussolini, segretamente conservata nel convento dei Cappuccini di Cerro Maggiore, viene riconsegnata alla famiglia.

Tutti i resti furono seppelliti il 1º settembre nel cimitero di San Cassiano in Pennino, vicino a Predappio, dove ora si trovano.cimitero-monumentale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

http://www.ilgiornale.it/news/interni/quella-ricetta-mussolini-che-salv-litalia-crisi-853709.html
http://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=/archivio/uni_1947_03/19470328_0001.pdf
http://www.treccani.it/enciclopedia/benito-mussolini_%28Dizionario-Biografico%29/

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