Gli anni oscuri – Nis

Dalle bombe del 1969 in poi, gli anni oscuri della nostra repubblica sono fitti di episodi, alcuni dei quali tutt’ora irrisolti, che hanno segnato la storia del nostro Paese. Proviamo a ripercorrerne alcuni nella speranza che i cittadini acquisiscano consapevolezza su una parte così difficile della loro storia.

anni

La strage di Piazza Fontana

L’articolo è tratto da dal “l’Unità” del 13 dicembre 1969, e racconta la strage di Piazza Fontana, l’avvento del terrorismo in Italia.Tutto ad un tratto, sulla scena nazionale comparivano morti ammazzati, non dalla polizia durante le dimostrazioni (com’era avvenuto un anno prima), non dalla mafia (le cui abitudini sanguinarie erano più oggetto di interesse folcloristico che politico), ma da qualcuno che faceva parte di qualcosa che i più ebbero difficoltà ad identificare. L’anno prima c’era stato il 1968, con le rivolte studentesche in tutto il mondo; nell’autunno le idee di cambiamento rivoluzionario erano entrate in comunicazione con gli operai in lotta per il miglioramento delle condizioni di lavoro.

pfontana1Il Partito Comunista Italiano aveva fatto un grande balzo in avanti nelle elezioni e, soprattutto, il vecchio regime dominato da una Democrazia Cristiana che raccoglieva anche i voti della destra più reazionaria, cominciava a scricchiolare. Gli USA stavano attraversando il loro periodo più nero, con una guerra logorante e impopolare nel Vietnam e una fortissima opposizione interna che sfociava in manifestazioni violente che scuotevano il sistema che doveva essere da esempio a tutte le nazioni occidentali. In Grecia, il regime dei colonnelli instauratosi in seguito al colpo di stato fascista del 67, perdeva sempre più credibilità. Anche l’Unione Sovietica era dovuta intervenire per reprimere duramente i tentativi cecoslovacchi di rendere più democratica la loro democrazia imbrigliata nel blocco comunista, e questo ne aveva ulteriormente intaccato la credibilità come modello alternativo al sistema capitalistico. Una bella confusione! Ci fu qualcuno che credette di ripercorrere le strade sperimentate con successo da Hitler e dai nazisti con l’incendio del Reichstag : compiere attentati, attribuirne la colpa alle sinistre e utilizzare la paura e il disgusto dei cittadini per dar vita ad un governo autoritario.
Dopo le bombe si cercò di accusare gli anarchici, forse perché, nell’immaginario collettivo questi rappresentavano qualcosa di oscuro di intangibile e pericoloso. In realtà vennero scelti perché erano disorganizzati, ingenui, poveri e isolati dalle altre forze politiche. Uno di loro, il ferroviere Giuseppe Pinelli, volò da una finestra della questura di Milano, uno dei cui dirigenti era il commissario Calabresi.pfontana
Un altro era un ballerino, Pietro Valpreda che rimase in carcere per anni sino al punto in cui il parlamento italiano dovette votare una nuova legge per risparmiare a lui altre ingiuste sofferenze e allo stato, un’insostenibile vergogna. Un altro ancora, Mario Merlino si professava anarchico, ma in realtà era un fascista che si era trovato in mezzo al gruppo degli accusati per uno di quei casi strani della vita: cercava di fare il provocatore (e probabilmente era stato addestrato a questo durante una visita compiuta ai colonnelli golpisti in Grecia), ma ,di fatto, si trovò coinvolto in una vicenda più grossa di lui che gli fece passare molti anni in carcere per poi ritrovarsi, anche lui, innocente.Nel 2005 la Corte di cassazione ha affermato che la strage di piazza Fontana fu realizzata da un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di “Ordine Nuovo” e capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura, che però non furono più processabili in quanto “irrevocabilmente assolti dalla Corte d’assise e d’appello di Bari”.

 

Il tentato golpe di Borgese

 

Il tentativo di colpo di stato noto come Golpe Borghese è diventato sinonimo di un maldestro tentativo di rivolta istituzionale messo in atto da un gruppo di sgangherati nostalgici. Niente di più che una buffonata. E invece non è così. L’insurrezione armata che si verifica nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 (la notte dell’Immacolata) è ancora oggi un altro dei tanti punti oscuri della storia repubblicana.

Non è chiaro perché fu messo in atto, a cosa realmente mirasse e soprattutto perché fallì e chi lo fece fallire. Tutto ha inizio nella tarda serata del 7 dicembre quando gruppi di militanti dell’estrema destra si riuniscono in alcuni luoghi della borghese1capitale: nel quartiere di Montesacro, nei cantieri del costruttore Remo Orlandini, legato al SID di Vito Miceli, in pieno centro storico, nella sede di Avanguardia nazionale, attorno all’Università, in una palestra non distante dalla stazione Termini. Alle porte di Roma si è concentrata intanto anche una colonna armata di guardie forestali, mentre un gruppo di neofascisti è già penetrato nell’armeria del ministero dell’Interno. Il quartier generale del Golpe si è sistemato nel quartiere Nomentano. Ne fanno parte: il principe Junio Valerio Borghese, ex comandante della X Mas, vero capo del complotto, il generale a riposo dell’Aeronautica Giuseppe Casero, il maggiore della polizia Salvatore Pecorella.

Il piano prevede, oltre all’occupazione dei ministeri della Difesa e dell’Interno, della sede della RAI (da dove Borghese leggerà un proclama alla nazione), degli impianti telefonici e quelli di telecomunicazione, anche la mobilitazione totale dell’Esercito. Tutto, insomma è pronto, comprese le liste delle personalità politiche e sindacali da arrestare. Eppure il Golpe Borghese fallisce. Lo stesso principe nero riceve una telefonata da un misterioso generale (l’inchiesta della magistratura non chiarirà mai chi fosse) che ordina la sospensione del tentativo insurrezionale. Tutti a casa.

Cosa è successo quella notte a Roma?

Prova generale per un vero colpo di Stato? Avvertimento inviato ai politici sulla falsariga del Piano Solo di De Lorenzo? Oppure il classico doppio gioco: mostrare i muscoli e allo stesso eliminare l’ala dura del Partito del Golpe che da anni ormai cresce e si ramifica?

Di quanto accadde a Roma nella notte dell’Immacolata una sola cosa è certa: i servizi segreti sapevano. Ed erano stati informati anche diversi uomini politici di governo. Lo proverà la documentazione che Andreotti consegnerà alla magistra- tura romana soltanto cinque anni dopo. Quella stessa magistratura che farà di tutto per insabbiare l’inchiesta giudiziaria e per trasformare il Golpe Borghese in un Golpe da operetta.

 

L’omicidio Calabresi

 

L’omicidio del commissario Luigi Calabresi come un crocevia dei misteri d’Italia.calabresi

Una tragica concatenazione di fatti collega, infatti, l’assassinio di Calabresi alla morte di Pinelli, all’eccidio di piazza Fontana, alla strage davanti alla questura di Milano e quindi alle trame dei servizi segreti, all’estrema destra golpista, perfino all’enigma di Gladio. Eppure  contro ogni logica e dopo un allucinante iter processuale,  secondo la magistratura italiana i due colpi sparati il 17 maggio 1972 alla nuca del vice responsabile dell’ufficio politico della questura milanese sono da imputare a quattro militanti di Lotta Continua, un gruppo della nuova sinistra, sciolto nel 1976.

Dopo 16 anni di indagini a vuoto, il caso Calabresi diventa il caso Sofri nel 1988, quando Leonardo Marino, un ex operaio diventato rapinatore – anche lui per anni in LC – dopo essere stato “gestito”, all’insaputa della magistratura, per 17 giorni da un colonnello dei carabinieri, “confessa” di aver partecipato all’omicidio che sarebbe stato compiuto da lui (autista) e da Ovidio Bompressi (killer) su ordine di due dirigenti di Lotta Continua, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani.

Un impianto accusatorio chcalabresi1e ha palesemente il sapore del complotto, tesi, questa, però sempre respinta dagli imputati. Otto i processi celebrati. Processi indiziari, tutti basati unicamente sulle dichiarazioni – spesso senza alcun riscontro e palesemente contrastanti – di Marino, con un’assoluta carenza di prove e, addirittura con alcuni dei corpi del reato clamorosamente scomparsi o distrutti. Molti processi con alterne sentenze, fino alla definitiva: 22 anni per Sofri, Bompressi e Pietrostefani, la prescrizione del reato (cioè neppure un giorno di galera) per Marino. Molti processi, fino al rigetto, nel gennaio 2000, di un’istanza di revisione, ma che dimostrano la gravissima tendenza, ormai invalsa in gran parte della magistratura italiana, alla costruzione di teoremi accusatori assolutamente non dimostrabili. Un caso di palese ingiustizia. Ufficialmente – secondo le regole della giustizia italiana – il caso Calabresi è chiuso.

Adriano Sofri, condannato nel 1990 è stato scarcerato nel gennaio 2012, per decorrenza della pena.

 

Brescia, bomba nera tra la folla

La strage di piazza della Loggia è stato un attentato terroristico compiuto il 28 maggio 1974 a Brescia, nella centrale piazza della Loggia. Una bomba nascosta in un cestino portarifiuti fu fatta esplodere mentre era in corso una manifestazione contro il terrorismo neofascista indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista con la presenza del sindacalista della CISL Franco Castrezzati, dell’on. del PCI Adelio Terraroli e del segretario della camera del lavoro di Brescia Gianni Panella. L’attentato provocò la morte di otto persone e il ferimento di altre centodue.

Nel corso dei vari procedimenti giudiziari relativi alla strage si è costantemente fatta largo l’ipotesi del coinvolgimento di rami dei servizi segreti e di apparati dello Stato nella vicenda.loggia

Una ricostruzione siffatta appare sostenuta da una lunga serie di inquietanti circostanze: su tutte, basti pensare in primo luogo all’ordine – proveniente da ambienti istituzionali rimasti finora oscuri – impartito meno di due ore dopo la strage affinché una squadra di pompieri ripulisse con le autopompe il luogo dell’esplosione, spazzando via indizi, reperti e tracce di esplosivo prima che alcun magistrato o perito potesse effettuare alcun sopralluogo o rilievo; secondariamente, la misteriosa scomparsa dell’insieme di reperti prelevati in ospedale dai corpi dei feriti e dei cadaveri, anch’essi di fondamentale importanza ai fini dell’indagine; infine, va segnalata la recente perizia antropologica ordinata dalla Procura di Brescia su una fotografia di quel giorno che comproverebbe la presenza sul luogo della strage di Maurizio Tramonte, militante di Ordine Nuovo e collaboratore del SID.

Gli oscuri intralci di proveloggia1nienza istituzionale manifestatisi anche durante il secondo troncone d’indagine verranno definiti dal giudice istruttore Zorzi quale ulteriore “riprova, se mai ve ne fosse bisogno, dell’esistenza e costante operatività di una rete di protezione  pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo”.

Durante il processo emerge un documento del Sismi, datato 20 febbraio 1989 ed indirizzato al Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri ed al Capo della Polizia, in cui si parla di intercettazioni telefoniche nei confronti di Margherita Ragnoli, co-segretaria dell’Associazione Italia-Cuba (di estrazione comunista) di Brescia, nelle quali ella afferma di aver sentito parlare della strage fin “dalla sera precedente” della stessa. Si specifica nel documento che, al tempo, non furono informati del fatto Organi e/o Autorità esterni al SID.

Ad oggi, tra condanne ed assoluzioni, il caso non è ancora chiuso.

 

L’Italicus

 

La notte del 4 agosto 1974 una bomba esplode nella vettura numero 5 dell’espresso Roma-Brennero.

I morti sono 12 e i feriti circa 50, ma una strage spaventosa è stata evitata per questione di secondi: se la bomba fosse esplosa nella galleria che porta a San Benedetto Val di Sambro i morti sarebbero stati centinaia. Racconta un testimone della strage: «Il vagone dilaniato dall’esplosione sembra friggere, gli spruzzi degli schiumogeni vi rimbalzano su. Su tutta la zona aleggia l’odore dolciastro e nauseabondo della morte». I due agenti di polizia che hanno assistito alla sciagura raccontano: «Improvvisamente il tunnel da cui doveva sbucare il treno si è illuminato a giorno, la montagna ha tremato, poi è arrivato un boato assordante. Il convoglio, per forza di inerzia, è arrivato fin davanti a noi. Le fiamme erano altissime e abbaglianti. Nella vettura incendiata c’era gente che si muoveva.

Vedevamo le loro sagome e le loro espressioni terrorizzate, ma non potevamo fare niente poiché le lamiere esterne erano incandescenti. Dentro doveva già esserci una temperatura da forno crematorio. ‘Mettetevi in salvo’, abbiamo gridato, senza renderci conto che si trattava di un suggerimento ridicolo data la situazione. Qualcuno si è buttato dal finestrino con gli abiti in fiamme. Sembravano torce. Ritto al centro della vettura un ferroviere, la pelle nera cosparsa di orribili macchie rosse, cercava di spostare qualcosa. Sotto doveva esserci una persona impigliata. ‘Vieni via da lì’, gli abbiamo gridato, ma proprio in quel momento una vampata lo ha investito facendolo cadere accartocciato al suolo».italicus1

I neofascisti non nascondono di essere gli esecutori. Un volantino di Ordine nero proclama: «Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti». Gli investigatori brancolano nel buio fino a quando un extraparlamentare di sinistra, Aurelio Fianchini, evade dal carcere di Arezzo e fa arrivare alla stampa questa rivelazione: «La bomba è stata messa sul treno dal gruppo eversivo di Mario Tuti che ha ricevuto ordini dal Fronte nazionale rivoluzionario e da Ordine nero. Materialmente hanno agito Piero Malentacchi, che ha piazzato l’esplosivo alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, Luciano Franci, che gli ha fatto da palo, e la donna di quest’ultimo, Margherita Luddi».

Eppure la polizia era informata da tempo che Mario Tuti era un sovversivo e una donna aveva addirittura dichiarato a un giudice che l’autore della strage era proprio lui. Risultato: la denuncia archiviata e la donna mandata in casa di cura come mitomane. Il giudice che aveva raccolto e insabbiato la dichiarazione si chiamava Mario Marsili ed era il genero di Licio Gelli, il gran venerabile della loggia massonica P2.

Si entra così nei misteri della polizia e dei governi-ombra che per alcuni anni hanno condizionato la vita italiana. Il dubbio che la P2 sia implicata nella vicenda induce il giudice bolognese Vella a diffidare del la magistratura aretina. Scrive Giampaolo Rossetti, un giornalista che si è occupato per mesi della vicenda: «Arezzo era città di protezione per i fascisti». Basti pensare alla frase strafottente pronunciata da Luciano Franci, il luogotenente di Mario Tuti, rivolgendosi a un camerata che piagnucolava dopo l’arresto: «Non preoccuparti, da queste parti siamo protetti da una setta molto potente». Una setta, ci spiegò poi il giudice Vella, che puzzava di marcio ed era al centro di un potere occulto collegato alle più oscure vicende della vita italiana. Per saperne di più il giudice Vella si rivolse anche ai Servizi segreti, ma per mesi non ottenne risposta. Protestò e allora l’ammiraglio Casardi, capo del servizio militare, gli scrisse rimproverandolo di ignorare «le norme che regolano il nostro servizio». «Le conosco anche troppo» gli rispose Vella, «ed è questo che mi preoccupa». Probabilmente se i Servizi segreti l’avessero aiutato, il giudice sarebbe subito arrivato a Tuti.

Comunque, all’inizio del ’75 viene emesso un mandato di cattura contro Mario Tuti, che però riesce a sfuggire all’arresto. Aspetta che i tre carabinieri andati per arrestano suonino alla porta e poi spara loro addosso uccidendone due e ferendo il terzo. L’uomo riesce ad espatriare, prima ad Ajaccio e poi sulla Costa azzurra. La polizia francese lo rintraccia a Saint-Raphael  dove ha luogo di nuovo uno scontro cruento, al termine del quale il terrorista viene arrestato. Al processo terrà un contegno sprezzante. Anni dopo, nel 1987, sarà lui a capeggiare una rivolta nel carcere di Porto Azzurro che terrà l’Italia con il fiato sospeso per alcuni giorni.

italicusLe indagini sull’Italicus e su piazza della Loggia hanno spezzato il fronte dell’omertà. I balordi della provincia nera parlano, ma quando il giudice Tamburrino di Padova o il giudice Arcai di Brescia chiedono conferme o aiuti ai Servizi segreti per indagare sulle alte complicità cala la serrana del «segreto di Stato». Le protezioni di cui godono i fascisti sono sfacciate. Valga questo esempio: il 19 luglio del ’75 viene arrestato a Milano l’avvocato Adamo Degli Occhi, capo della «maggioranza silenziosa», movimento d’ordine. I carabinieri di Milano chiedono alla Questura di Brescia, che conduce le indagini sulla strage di piazza della Loggia, se devono perquisire l’alloggio dell’avvocato, ma la Questura dice che non è il caso. Intanto un giornalista fascista, Domenico Siena, è entrato nell’alloggio e ne è uscito con due valigie. Dirà che aveva preso effetti personali da far arrivare in carcere all’avvocato. Il dubbio che fossero carte compromettenti è più che lecito.

Per un motivo o l’altro, tutti gli imputati sono stati assolti.

 

Il grande intrigo: Aldo Moro

 

Sono stati – e sono destinati a restare – i 55 giorni più misteriosi dell’intera storia dell’Italia repubblicana.moro

Ancora oggi, a distanza di anni, soltanto rievocare il caso Moro vuol dire preparasi ad entrare in un ramificato tunnel di segreti e interrogativi, di domande senza risposta e di inconfessabili trame. Il tempo che corre non solo ci allontana dalla completa verità sulla strage di via Fani, la lunga detenzione di un uomo politico di primo piano e la sua orrenda fine, ma rende tutto più complesso. Il trascorrere degli anni che sempre più ci fa apparire lontano quel tragico evento, anziché semplifi- care il quadro di insieme della vicenda, tende ad aggiungere nuovi tasselli ad un mosaico che appare ormai infinito.

Aldo Moro, presidente della DC, per almeno vent’anni personaggio centrale della politica italiana, viene sequestrato da un commando delle Brigate Rosse il 16 marzo 1978, in via Fani a Roma, alla vigilia del voto parlamentare che – per la prima volta dal 1947 – sancisce l’ingresso del partito comunista nella maggioranza di governo.

Per rapirlo la sua scorta, composta da cinque uomini, viene sterminata. Il gruppo armato che s’impadronisce di Moro afferma di volerlo processare, per processare  tutta  la Democrazia Cristiana, forse Cristiana, forse addirittura non rendendosi conto di aver gettato sulla scena politica nazionale una bomba ad alto potenziale. I 55 giorni in cui Moro sarà detenuto in un “carcere del popolo” apriranno infatti una serie di enormi contraddizioni in seno all’intera classe politica italiana, mentre i brigatisti finiranno col dimostrarsi – con i loro documenti miopi e vetusti – completamente avulsi dalla realtà storica del paese.
La fine di Moro è nota: il 9 maggio 1978 Mario Moretti, capo dell’organizzazione armata, lo ucciderà, “eseguendo la sentenza”, così come scritto nell’ultimo comunicato delle BR. Quel colpo di pistola, con tanto di silenziatore, risulta assordante ancora oggi.moro1

 

La strage di Bologna

 

Alle 10.25 del 2 agosto 1980 una bomba è esplosa alla stazione di Bologna, provocando 85 morti e 200 feriti. L’ordigno era dentro una valigia abbandonata nella sala d’aspetto della stazione.

Dopo aver scartato l’ipotesi di un incidente, inizialmente sostenuta dal governo italiano e da una parte delle forze di polizia, la magistratura si è concentrata sulla pista del terrorismo di estrema destra.

Il 23 novembre 1995, dopo anni di processi, condanne in primo grado e assoluzioni, la corte di cassazione ha condannato all’ergastolo come esecutori della strage i neofascisti dei Nuclei armati rivoluzionari, Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. L’ex capo della loggia massonica P2 Licio Gelli, l’ex agente del Sismi Francesco Pazienza e gli ufficiali dei servizi segreti Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte sono stati condannati per il depistaggio delbologna1le indagini.

bolognaA causa della lunghezza del processo, e del fatto che molti dettagli non siano stati ancora oggi chiariti, negli anni si sono formate anche ipotesi alternative sui responsabili della strage di Bologna. Francesco Cossiga, che ai tempi era presidente del consiglio, nel 2008 ha dichiarato che la bomba non era opera di estremisti di destra, ma di un gruppo di terroristi palestinesi.

Secondo Ilich Ramírez Sánchez, terrorista venezuelano legato alla resistenza palestinese noto come Carlos, l’ordigno alla stazione è stato piazzato dalla Cia e dal Mossad, per punire il presunto filoarabismo italiano di quegli anni.

Il 19 agosto 2011 la procura di Bologna ha aperto una nuova inchiesta sulla strage, e ha iscritto nel registro degli indagati due terroristi tedeschi, Thomas Kram e Christa Margot Frohlich, entrambi legati al gruppo di Carlos. I due erano presenti a Bologna il giorno dell’attentato.

 

 

Fonti:

http://www.informagiovani.it/terrorismo/piazzafontana/default.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_piazza_Fontana
http://www.misteriditalia.it/golpeborghese/
http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_piazza_della_Loggiahttp://it.wikipedia.org/wiki/Strage_dell%27Italicus
http://www.legalitaegiustizia.it/event/la-strage-dell-italicus/
http://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Moro
http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/biografie/aldo-moro/6/default.aspx
http://www.internazionale.it/foto/2013/08/02/la-strage-di-bologna
http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/bologna-2-agosto-1980/624/default.aspx

da “Gli anni del terrorismo” di Giorgio Bocca (pagg. 291-293)

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