Bioterrorismo. -Space.


Il bioterrorismo consiste nell’utilizzo intenzionale di agenti biologici (virus, batteri o tossine) in azioni contro l’incolumità pubblica quali attentati, sabotaggi, stragi o in minacce volte a creare panico e isteria collettiva.
Gli agenti biologici utilizzati possono essere reperiti in natura, o possono essere modificati dall’uomo al fine di aumentarne il potere distruttivo, la virulenza o la diffusione nell’ambiente. Quest’ultima può avvenire attraverso l’aria, l’acqua, il cibo o le bevande.

Simbolo bioterrorismo

Il simbolo per le armi biologiche, con all’interno il simbolo internazionale del biorischio

Dopo le bombe nella metropolitana di Londra, la convinzione comune è che, se ci fosse stato un attacco con armi chimiche o batteriologice, le vittime sarebbero state molte di più.
Invece, “solo” cinque persone sono morte a causa dell’inalazione di spore di antrace negli Stati Uniti e nel 2001 i casi di antrace in totale sono stati sedici. Troppo pochi per giustificare tanta paura e tanti investimenti nella ricerca, secondo alcuni scienziati.

E’ giusto sottolineare che, anche se oggi si pensa alle armi chimiche e biologiche come possibili strumenti di distruzione nelle mani dei terroristi senza scrupoli, i primi a sviluppare sono stati i governi degli stati nazionali.
Analizziamo la differenza che c’è tra le armi chimiche e le armi biologiche, quali sono gli effettivi pericoli e quali sono gli interessi del gioco.

ARMI CONVENZIONALI E ARMI DI DISTRUZIONI DI MASSA

Secondo il Consiglio di sicurezza dell’Onu quando si parla di “armi” è necessario distinguere tra “armi convenzionali” e “armi di distruzione di massa”. Le armi convenzionali sono pistole, fucili, esplosivi, coltelli, cioè tutte queste armi utilizzate frequentemente e che possono arrecare, in teoria, solo danni a livello locale.
La definizione che l’Onu ha coniato gia dal 1947, sull’onda degli eventi di Hiroshima e Nagasaki, accomuna invece nelle armi di distruzione di massa:
– le armi nucleari esplosive
– le armi radiologiche (quelle costituite da materiale radioattivo)
– le armi chimiche letali
– le armi biologiche letali

bioterrorismo 1

Armi chimiche e armi biologiche sono entrambe armi di distruzione di massa, ma sono due realtà ben separate e differenziate. Nell’ opinione pubblica, invece, in modo forse un po’ semplicistico, sono comprese entrambe nella minaccia implicita nella parola bioterrorismo.
La caratteristica che armi chimiche e batteriologice condividono è la loro capacità di provocare panico tra la popolazione, tanto che secondo molti sono delle vere e proprie armi psicologiche. Questo accade per due motivi:
1. perché sono difficili da individuare con tempestività e anche gli effetti che producono non sono semplici da interpretare
2. perché gli stessi esperti sono incerti sulla reale pericolosità di tali armi: infatti, questo tipo di arma è stato utilizzato in pochissimi casi e la stima sulla loro pericolosità si basa in pratica solo su previsioni e proiezioni.

Oggi esistono dei trattati e delle regole internazionali che vietano agli stati firmatri di possedere, sviluppare e utilizzare armi chimiche e biologiche. Fin dal 1925, con il Protocollo di Ginevra, alcuni stati, tra cui USA, URSS,Cina, Gran Bretagna e Francia, decisero di vietare l’uso di armi chimiche e biologiche (ma non ancora la loro produzione e l’utilizzo a scopo di difesa). Nel 1972, con la convenzione sulle armi biologiche, sono stati vietati anche la produzione e lo stoccaggio delle stesse. In realtà, molti stati hanno continuato le ricerche in questo ambito, sfruttando una clausola della Convenzione secondo la cui si potevano effettuare ricerche sui microrganismi a fini scientifici, medici o di difesa.
E’, infine, del 1993, la Convenzione sulle armi chimiche, analoga in molti punti a quella sulle armi biologiche, in vigore dal 1997 e ratificata da circa 150 nazioni. La convenzione sulle armi chimiche proibiva l’uso, la produzione e lo stoccaggio di armi chimiche.

L’effetto del bioterrorismo sulla popolazione civile va ben oltre quello puramente materiale e sanitario perche’ con il crescere del numero dei casi si crea psicosi, paura, paralisi emotiva. Perche’ il pericolo non arriva solo per posta e non viene solo dall’aria. Il pensiero che agita il sonno e le giornate dei paesi occidentali e’ che anche l’acqua e il cibo possano prima o poi essere infettati e contaminati. Da quando negli Stati Uniti si sono registrate le prime morti certe per infezione da antrace, i presentimenti e le ansie si sono materializzati e si e’ aperto un dibattito se nel passato sia stato fatto tutto il possibile per prevenire questa situazione e per sconfiggere il ricorso a virus e batteri come armi letali. La minaccia, che oggi sembra drammaticamente concretizzarsi, era infatti da anni una eventualita’ che gli esperti consideravano potenzialmente possibile.

Nel marzo del 1999 la prestigiosa rivista Archives of Dermatology aveva dedicato ben 12 pagine all’analisi delle manifestazioni cutanee di una guerra biologica e proprio in un convegno tenutosi a S. Francisco in tema di bioterrorismo e guerra batteriologica, la dottoressa Margaret Hamburg, denunciava che agenti chimici e virali letali come il botulino, l’antrace e la peste bubbonica potevano essere acquistati illegalmente su Internet da potenziali terroristi che avrebbero potuto considerarle armi piu’ “appetibili” rispetto a quelle convenzionali, piu’ a buon mercato, facilmente reperibili e occultabili. E il colonnello Edward Eitzen, capo dell’Istituto di ricerche mediche sulle malattie infettive dell’esercito americano, ammetteva: “uno degli agenti tossici che maggiormente temiamo e’ il gruppo di tossine del botulino che potrebbe essere adoperato come arma da agenti-bioterroristi, ma molto pericoloso e’ anche l’antrace.

Avian flu
Se qualcuno liberasse nell’atmosfera il batterio dell’antrace vicino a una citta’ di 500mila abitanti, potrebbe causare la morte di oltre 90mila persone entro una settimana”. Ipotesi che sembravano molto improbabili anche se qualche tempo prima in Gran Bretagna sei presunti terroristi islamici erano stati arrestati mentre stavano preparando una strage nella metropolitana di Londra con un assalto a base di Sarin, il letale gas tossico gia’ sperimentato anni fa a Tokio dalla “setta della suprema verita’ “, un’organizzazione di fanatici religiosi. A San Francisco, fra i piu’ pessimisti era stato il genetista Matthew Meselson, professore alla universita’ di Harvard, che anticipando di mesi il nuovo approccio giuridico al bioterrorismo affermava che l’aumento del rischio di un attentato con ‘bio-armi’ sollecitava la ricerca di nuovi strumenti legislativi internazionali, per trascinare comunque i sospetti terroristi davanti a una corte di giustizia. Un complesso di norme internazionali capace di punire quei crimini che costituiscono una minaccia collettiva, a esempio i dirottamenti aerei o la tortura, esercitando la propria giurisdizione su un individuo accusato di un reato, a prescindere se il sospetto e’ un cittadino di quella nazione o meno, e indifferentemente se il reato sia stato effettivamente commesso o soltanto progettato. Una sorta di trattato internazionale per quanto riguarda i reati di creazione e/o utilizzo di nuove armi biologiche. Posizioni estreme? Non proprio se si considera che la stessa proposta e’ stata avanzata due mesi dopo a Venezia, da altri esperti di bioterrorismo nel corso della terza conferenza europea di medicina del viaggio. Allora, di fronte alla sola ipotesi di impiego terroristico di virus e batteri killer, come l’antrace, anche Graham Pearson, docente di sicurezza internazional dell’Universita’ di Bradford, auspicava che le nazioni fossero pronte a combattere inasprendo la legislazione contro il bioterrorismo e formando la popolazione sui rischi e sui comportamenti piu’ corretti in caso di attacco. “Occorre ricordare – concludeva Pearson – che il terrorismo biologico rappresenta un grande pericolo per il nostro mondo”.

bioterrorismo 4

Prima ancora degli attentati dell’11 di settembre, quindi, per il 53% degli americani il rischio di attacchi con armi chimiche o batteriologiche era gia’ possibile. Si temevano bioattentati per la notte del 2000 e le autorita’ sanitarie americane condussero un test che simulava la diffusione di un aerosol di batteri (Yersinia pestis) della peste nera. In pochi giorni, si contarono 4mila infettati e 2mila morti. Gli ospedali sarebbero stati insufficienti e le medicine sarebbero in breve finite. Durante un’altra esercitazione in Oklahoma, a giugno scorso, si era ipotizzata una epidemia di vaiolo: nel giro di 12 giorni si contarono centinaia di migliaia di vittime in tutti gli Stati Uniti.

Chi sa manipolare il bioterrorismo?
Questa e’ la domanda piu’ attuale. Gli esperti che possono essere coinvolti provengono da tre paesi: il Sud Africa, l’Iraq e la vecchia Unione Sovietica. Un biologo russo, ora negli Usa, spiega che i germi studiati per scopi militari erano almeno una trentina. Per molti di loro c’e’ la possibilita’ di ricorrere a un vaccino, ma e’ impensabile una immunizzazione di massa della popolazione. Inoltre i sovietici selezionavano ceppi resistenti agli antibiotici e manipolavano geneticamente dei virus per renderli piu’ aggressivi. Piu’ facile pero’ ricorrere al batterio dell’antrace che puo’ essere coltivato in laboratorio e lasciato libero di produrre endospore che possono essere essiccate e conservate. La germinazione non richiede particolari attivazioni e avviene in genere in brevissimo tempo.

Quale potrebbe essere l’obiettivo di un attacco batteriologico di massa?
Con un aereosol in cui sono disperse le spore si possono infettare citta’, aeroporti, ospedali, stadi e sistemi di trasporto come la metropolitana. Meno efficace disperdere i batteri negli acquedotti perche’ il cloro dell’acqua farebbe diminuire molto l’infettivita’ dell’agente utilizzato. Praticamente tutte le malattie che possono essere utilizzate dai terroristi sono comuni a uomini e animali, o diffuse da animali nel loro ciclo. Perche’ non si e’ pensato prima a preparare le dosi sufficienti per proteggere la popolazione civile da possibili attacchi? Il vaccino anti-antrace cui attualmente sono sottoposti i militari americani presenta diversi effetti collaterali.

Per il vaiolo, che da parecchi anni era stato considerato sconfitto, l’impegno economico necessario per prepararsi a una vaccinazione di tutta la popolazione sopra i 35 anni e’ molto oneroso e c’e’ il rischio di una possibile ricomparsa spontanea del virus. Un altro quesito riguarda il ruolo che dovrebbero svolgere i veterinari, che sono spesso i primi a identificare le malattie, perche’ gli animali sono lo strumento dell’infezione, ma anche le sentinelle che possono metterci in allarme. Ma ci si chiede: chi si preoccupa dei ratti e dei volatili che vivono nelle nostre citta’? Il problema principale appare evidente: a differenza dei bombardamenti, gli attacchi con le armi biologiche sono silenziosi e l’epidemie possono essere subdole, e riscontrabili solo dopo un elevato numero di casi o di sintomi insoliti. Ed e’ ormai assodato che in caso di attacco batteriologico, il primo problema e’ quello di riconoscere il tipo di virus utilizzato perche’ questo potrebbe far risparmiare massicce perdite di vite umane in caso di epidemia, naturale o indotta dall’uomo. Percio’ appare preoccupante la dichiarazione apparsa sui giornali romani del Direttore sanitario del Policlinico Umberto I di Roma che denunciava come a fronte di 10 primari in malattie Infettive nel suo Ospedale non si sarebbe stato in grado di identificare prontamente un bacillo del carbonchio.

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L’ ebola ora  fa paura anche in occidente, l’epidemia che sta colpendo l’Africa spaventa tutto il mondo. Non si tratta della prima volta che si verifica un focolaio di virus dell’ebola, ma in passato le epidemie erano più circoscritte a livello territoriale e interessavano zone più isolate. L’estensione del contagio che sta interessando l’Africa occidentale, iniziato a gennaio, è tale da rendere difficile anche l’azione dei medici sul posto per cercare di bloccarlo. Anche il tipo di virus individuato in questo caso non facilita gli interventi: secondo il governo della Guinea si tratta del “tipo Zaire, la forma più aggressiva e più mortale delle cinque varianti della famiglia di filovirus che provocano l’ebola”. Si trasmette per contatto diretto con il sangue, i liquidi biologici e i tessuti infettati, sia di uomini che di animali, vivi o morti, dunque le possibilità di contagio sono elevatissime.L’ebola è un virus particolarmente pericoloso per l’uomo, con un tasso di mortalità piuttosto elevato (dal 25 al 90% dei casi),secondo il Global Alert and Response (GAR) del World Health Organization. Il virus prende il nome dalla valle dell’Ebola nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) dove scoppiò la prima epidemia nel 1976, in un ospedale di suore olandesi. Si manifesta con una febbre emorragica e ha come sintomi classici febbre, vomito, diarrea, dolore diffuso e malessere, con alcuni casi di emorragie anche interne ed esterne. Data la sua pericolosità il virus dell’ebola è classificato come agente di bioterrorismo di categoria A e viene considerato una potenziale arma biologica.
A chi legge viene subito in mente la domanda: E se capitasse a noi… saremmo veramente pronti?

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Il personale di Medici senza Frontiere in Guinea, da dove è partito il contagio di Ebola

Fonti reperite in rete.

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