SETI e l’aspetto teologico – Nis

SETI e Teologia

Contributo al SETI day, Turin, Academy of Sciences, June 26, 1998

G. Tanzella-Nitti

Pontificio Ateneo della S. Croce, Roma

Facoltà di Teologiaformerly, Istituto di Radioastronomia, C.N.R. – Bologna

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G. Tanzella-Nitti


I. Premessa

— L’invito rivolto alla teologia di fornire un contributo a questa giornata risponde probabilmente ad una curiosità, ma offre allo stesso tempo un’opportunità. La curiosità è quella di conoscere quali possano essere le ricadute di un successo SETI sul pensiero religioso dei terrestri; l’opportunità offerta è disporre di una riflessione sul tema SETI che tenga conto di tutta la fenomenologia umana, e quindi anche di quella religiosa, al momento di promuovere iniziative, valutare impatti, studiare protocolli di comunicazione. Cercherò di soddisfare prima la curiosità, e poi di sfruttare l’opportunità che qui mi viene offerta.

— Lo farò principalmente dalla prospettiva della teologia che nasce dalla tradizione giudeo-cristiana, sebbene inquadrandola nel contesto più ampio della religione come fenomeno umano. La rivelazione cristiana può essere utilizzata a ragione come primo riferimento di un discorso come questo a motivo delle sue profonde relazioni culturali e filosofiche con lo sviluppo del pensiero scientifico e con il pensiero occidentale in genere.

— Prima di soddisfare la curiosità di cui abbiamo appena parlato, vorrei però soffermarmi su alcuni chiarimenti epistemologici.

a) Il motivo per cui la teologia può condividere un interesse per SETI non dipende né da calcoli probabilistici, né dall’obbligo di ritenere la vita nel cosmo un fatto necessariamente comune, il risultato di un processo casuale, un epifenomeno. L’interesse del teologo si giustifica invece in base al valore della vita intelligente in quanto tale, per quello che essa è e per quello che essa rappresenta. Questo valore sta nel suo essere partecipazione e riflesso di quella Vita e di quella Intelligenza, stavolta con maiuscola, che è Dio Stesso.

b) Un secondo chiarimento, corollario del primo, è che considerare la vita come un fenomeno relativamente diffuso nell’universo non obbliga la teologia ad abbandonare la sua visione della vita intelligente come dono di Dio, né le vieta di considerarla il risultato di una progettualità che trascende l’ordine fisico dei fenomeni empirici; e questo sia perché la finalità resta inaccessibile alle scienze, sia perché l’equazione di Drake concerne condizioni necessarie, ma non necessarie e sufficienti.

c) Un terzo chiarimento, infine, è che la domanda sul significato e il senso della vita umana, e della vita in genere, il cui desiderio di risposta è certamente fra le motivazioni più importanti del programma SETI, è una domanda dello scienziato prima ancora che della scienza; essa va cioè affrontata in quadro epistemologico più ampio, capace di trattare l’intera fenomenologia umana e dunque anche le sue risonanze esistenziali, filosofiche e religiose. A questo interrogativo le grandi religioni dell’umanità rispondono affermativamente: la vita umana ha un senso, e all’interno della teologia cristiana potrei aggiungere che la vita intelligente, ovunque essa eventualmente appaia e si sviluppi, ha un senso.

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II. Ricaduta di un successo SETI sul pensiero religioso cristiano

— Qualcuno potrebbe pensare che un successo di SETI si ponga in aperto contrasto con il pensiero teologico cristiano, perché quest’ultimo leggerebbe il cosmo secondo un criterio antropocentrico e, comunque, vedrebbe la vita secondo un registro di singolarità-unicità, non di pluralità. Questo paradigma non è del tutto corretto: fra religione cristiana e vita extraterrestre non vi sono incompatibilità congenite. Possiamo offrire alcune piste per mostrarlo:

a) Considerare la persona umana come il destinatario della pienezza della Rivelazione, specie ad opera dell’incarnazione del Figlio di Dio, il Verbo di Dio fatto uomo, è quanto potremmo chiamare — per usare un’analogia con la fisica teorica — una soluzione classica. È la soluzione che oggi la teologia ha a disposizione, e non è necessario che vi rinunci a priori in quanto essa le consente di interpretare un’ampia gamma di fenomeni, cioè un insieme di verità religiose piuttosto importanti.

Tuttavia, potrebbe essere appunto solo una soluzione classica. Al pari di quanto avviene in meccanica quantistica o in relatività, ove le soluzioni classiche non perdono il loro significato di verità, ma vengono comprese all’interno di un contesto più ampio, tutto quanto noi oggi associamo alla dignità religiosa del genere umano, come l’essere creato a immagine e somiglianza di Dio, l’essere stato redento dal Figlio di Dio fatto uomo e l’essere destinato ad una vita di eterna comunione con Dio, non verrebbe contraddetto da un contatto con civiltà ET, ma obbligherebbe solo a ricomprendere queste verità alla luce dei nuovi dati. Questo è stato già fatto, seppure con certo travaglio intellettuale, dopo Cristoforo Colombo, Copernico e Darwin, e non vi sono motivi per non ritenerlo possibile anche dopo un eventuale successo di SETI.

Come per l’eliocentrismo e l’evoluzione biologica, la teologia aveva già degli strumenti per effettuare tale ricomprensione (pensiamo all’esegesi non letterale della sacra Scrittura, disponibile anche ai tempi di Galileo, o alla visione evolutiva contenuta nelle rationes seminales di Agostino), così ne possiede oggi per il tema della vita ET: basti pensare ad esempio che già san Paolo aveva presentato la capitalità e la centralità di Cristo nella sua dimensione cosmica, come opera di Dio che corona e dà senso a tutta la storia della creazione, e non solo nella sua dimensione di redenzione dal peccato. Questo aspetto fu messo bene in luce, come è noto, da Teilhard de Chardin.

b) Una seconda pista di interesse, che qui non ho tempo di sviluppare, è la dottrina della tradizione ebraica e cristiana sull’esistenza degli angeli. Questa fede mostra un fatto molto importante, e cioè che il senso della creazione non si gioca tutto sul rapporto fra l’uomo e Dio, ma resta aperto su altre creature le quali, pur dipendendo da Dio, hanno una storia ed un’economia di salvezza distinta da quella del genere umano: dunque un registro di pluralità, come lo abbiamo prima chiamato, è possibile. Tommaso d’Aquino, ad esempio, diede ragioni di convenienza per sostenere che il numero degli angeli sarebbe ingentissimo, tale da superare qualsiasi molteplicità materiale (S. Th. I, q. 50, a. 3).

c) Ancora, un sincero atteggiamento credente, non impone mai limiti alla potenza e alla ricchezza dell’amore di Dio, né rinchiude nei suoi schemi ciò che un Creatore dell’universo abbia previsto o abbia voluto fare. Molti scienziati credenti lo hanno ricordato lungo la storia. Ad esempio, P. Angelo Secchi, sacerdote e pionere della classificazione spettrale delle stelle, affermava nelle sue Lezioni elementari di fisica terrestre del 1879: “La vita riempie l’universo e con la vita va associata l’intelligenza. Come abbondano gli esseri a noi inferiori, così possono in altre condizioni esisterne altri immensamente più capaci di noi”.

d) In senso più generale, vorrei dire che un eventuale contatto con civiltà ET non può essere considerato una sorta di verifica della validità della coscienza religiosa dell’umanità. L’idea che un nostro ingresso nel Club della Galassia (per dirlo con la nota immagine di Ron Bracewell) libererà l’uomo da una fase religiosa infantile di tipo freudiano, rendendoci consapevoli del nostro posto nell’universo, può essere suggestiva, ma è in realtà assai ingenua. La maggior parte dei grandi temi esistenziali, e quindi religiosi, della vita umana sulla terra, non verrebbero risolti dagli amici di questo Club.

A sostegno dell’idea che un contatto ET non può avere l’onere di confermare o negare la verità della religione, vorrei ancora citare un fatto: né la placca montata a bordo del Pioneer 11 con dati figurativi e in codice sulla civiltà umana, né la trasmissione radio inviata da Arecibo verso M13, contenevano alcun riferimento all’idea di una dipendenza da un Creatore, pur trattandosi in questo caso di un convincimento condiviso dalla maggior parte degli abitanti del pianeta terra. Inoltre non va dimenticato, come già accennato, che non conosciamo a priori i piani di Dio: nel Club della Galassia potrebbe forse corrispondere ai terrestri il compito di parlare di un Dio Creatore.


III. Ruolo del pensiero religioso in un programma SETI

— Vengo all’ultimo punto del mio intervento, e cioè quello di quale contributo possano offrire le religioni, la teologia cristiana in particolare, ad un programma SETI.

a) In primo luogo, vedere la vita intelligente come un dono di Dio dispone ad un atteggiamento di fratellanza verso coloro che partecipano di questo dono. La religione non sarebbe pertanto un target passivo della ricaduta culturale di SETI, secondo alcuni il più sfavorito, ma essa può svolgere al contrario un ruolo-guida nell’orientare correttamente tale ricaduta a motivo della sua influenza spirituale sulle coscienze degli uomini.

b) In secondo luogo la religione fa vedere con un certo ottimismo di fondo la possibilità di instaurare rapporti significativi con civiltà ET. Se, come la teologia ricorda, l’universo è razionale e denso di significato, perché effetto di una parola intenzionale del Creatore, allora la vita intelligente, ovunque essa appaia, appartiene ad un piano sensato. Questa sensatezza fonda sia la capacità che una civiltà ha di conoscere la natura, sia la capacità che più civiltà hanno di comunicare fra loro.

c) La religione può suggerire infine anche delle riflessioni sul contenuto dei protocolli di comunicazione. Il riferimento ad un Creatore comune, la cui esistenza può essere dedotta per inferenza dalla contingenza del mondo, dalle sue specificità formali, dall’esperienza estetica o da quella morale, può rientrare a pieno titolo in tale scambio comunicativo. La religione cristiana suggerirebbe poi di dare priorità ad un linguaggio universale, quello dell’amore, specie verso il più debole e indifeso, con i corrispondenti gesti che lo esprimono, non ultimo quello di dare la vita per l’altro.

La scienza e la religione, affermava Giovanni Paolo II in una lettera indirizzata alcuni anni or sono al Direttore della Specola Vaticana, hanno un’influenza troppo grande sulla coscienza dei popoli per ignorarsi: “Non si può leggere la storia del secolo scorso senza accorgersi che la responsabilità della crisi ricade su ambedue le comunità. L’uso della scienza si è dimostrato in più di un’occasione largamente distruttivo, e le riflessioni sulla religione sono state troppo spesso sterili. Abbiamo ambedue bisogno di essere quello che dobbiamo essere, quello che siamo stati chiamati ad essere”.

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IV. Conclusione

La teologia non può non vedere con interesse un programma SETI. In fondo, come segnalato negli ultimi anni da non pochi autori, la motivazione di fondo di SETI ha qualcosa che assomiglia ad una istanza religiosa: il desiderio di conoscere fino in fondo l’universo in cui viviamo, di porsi in rapporto con qualcuno che possa eventualmente chiarire quale ruolo abbiamo in esso… Molte opere letterarie mettono specie in luce il ruolo positivo e chiarificatore — e dunque implicitamente religioso — di un contatto con altre civiltà ed altri mondi.

Allo stesso tempo, sento la necessità di ricordare che SETI, pur assomigliando sotto certi aspetti a quanto si richiederebbe ad una religione, non può, né deve essere una religione. SETI non contiene le risposte ai più profondi interrogativi esistenziali che hanno accompagnato la storia del genere umano: il significato del dolore, l’esperienza del limite e della finitezza, la coscienza del bene e del male, il significato della bellezza e dell’amore, il senso della vita e della morte. La loro risposta non può provenire da alcuna creatura intelligente, ma solo da quella Vita con la maiuscola, che è anche la ragione ultima del perché di tutte le cose.

Recita così il Salmo 8: ” O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: sopra i cieli si innalza la tua magnificenza […] Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato”.

L’ultima parola sulla questione SETI non spetta alla teologia, ma alla scienza. L’esistenza di vita intelligente in pianeti diversi dalla terra non viene né richiesta, né esclusa da alcun argomento teologico: alla teologia, come a tutta quanta l’umanità, non resta che attendere.

 

Fonti:

http://www.seti-italia.cnr.it/Page01-Frame%20Ita.htm

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